Antidoping, le parole di Massimo Silva: “Rispetto dell’avversario, passione e voglia di fare. Questa la vera mentalità per un atleta”.

ASCOLI PICENO – “Sociologia e sport. Antidoping come cultura”un tema su cui riflettere in una società dove l’edonismo sembra essere diventato l’unica ragione per essere socialmente accettati. Al convegno tenutosi sabato 16 aprile i ragazzi dei licei sportivi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto hanno ascoltato testimonianze e relazioni sull’importanza di una educazione alla sana competizione, dove l’aggettivo sana non indica solo uno stato fisico, ma soprattutto uno stato mentale perché, come ha spiegato il professor Stefano Martelli, i giovani e i meno giovani che si approcciano ad una attività sportiva devono capire che un buon risultato è la somma di impegno, sacrificio e caratteristiche fisiche.

Organizzato dal Movimento Sportivo Popolare, i relatori intervenuti hanno illustrato agli studenti cause ed effetti di un comportamento malato dall’uso e abuso di sostanze dopanti. Molto chiaro ed immediato il percorso descritto dal professor Stefano Martelli, docente del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, che introduce l’argomento con un titolo molto eloquente: “Perché morire per vincere”.
“Non muore solo l’atleta -ha detto- ma muore lo sport. E non mi riferisco solo agli atleti professionisti, ma anche a coloro che praticano attività amatoriale che vogliono tenere testa ai più giovani o a quanti vanno in palestra e per far vedere l’apparato muscolare e si spingono fino ad un uso indiscriminato di sostanze che portano a gravi danni alla salute.Muore lo sport perché i risultati sono falsati da intromissioni di vario tipo e una squadra che vince sempre fa venire il sospetto che ci sia qualcosa di non trasparente, di non legale. Ciò che è grave è che il doping è diventato una cultura moderna, tecnologicamente avanzata e con una forte pressione sulle prestazioni. E’ importante vincere ad ogni costo, non guardando per il sottile ricorrendo a tutti i mezzi non leciti per far trionfare la propria squadra e il proprio nome”.

Martelli ha supportato l’incisività della sua relazione con una serie di immagini di atleti del passato morti all’improvviso, prematuramente e, non solo. Ha mostrato anche la vicenda di Lance Armstrong, squalificato a vita cui sono stati tolti tutti i risultati sportivi dal 1998 in poi comprese le vittorie dei sette Tour de France: “Le relazioni sociali, le pressioni legate alla vittoria -ha proseguito nella sua analisi- hanno delle ragioni che non sono legate solo allo sport, ma che sono legate ad una nuova realtà, che ho chiamato “triangolo sms” dove s sta per sport, m per media e s per sponsor. Il ricorso al doping fa parte di un movimento molto più ampio, quello della “professionalizzazione dello sport”, e di questa pressione del vincere a tutti i costi, vincere o morire nel senso letterale, cioè chi non vince, muore come atleta, sparisce dall’elenco dei professionisti”.

Il professore Martelli, infine, ha spiegato in modo molto chiaro l’intreccio con le aziende sponsor, quello che lui ha definito sms:” Trasformare le audience, soprattutto dei telespettatori, ma anche il pubblico legato alla stampa e alle forme che si trovano in internet, in consumatori dei marchi sponsor. E allora ci si ritrova oggi con questa affermazione -ha concluso- vincere è l’unica cosa che conta oggi nello sport”.

Molto genuino e passionale è stato l’intervento di Massimo Silva, ex allenatore dell’Ascoli Calcio, che si è rivolto ai ragazzi “a cuore aperto”, parlando da tecnico e in modo paternalistico proprio per il suo attaccamento ai giovani e alla sua passione calcistica, quella ormai di altri tempi, quella del rispetto dell’avversario in quanto giocatore e persona tale e quale a sé.  “ In riferimento all’associazione allenatori – ha analizzato- questa dipende dalla Federazione Gioco Calcio e ci sono tantissimi controlli. Io, però, vorrei parlare ai ragazzi, ai giovani presenti, come ex calciatore e allenatore. Sono felice di questi convegni a cui io partecipo molto volentieri e vorrei che non fossero solo e sempre parole quelle che si dicono in queste occasioni. Quando io ho praticato sport non c’era la cultura dell’antidoping. Partecipare, sudare la maglietta, rispetto dell’avversario, non devono essere solo parole. Io vedo però che oggi questo è molto difficile. Vi do un esempio di come ero io, per andare nel concreto: se si vuole fare dello sport ci vuole mentalità. Oggi si sente dire:”ho dato il massimo”, ma come? Se ti sei dopato, ti sei comportato male, non hai una vita sana, tu non devi dare il massimo, ti devi levare, togliere dallo sport. E’ questa la vera mentalità”.

“E soprattutto voi – ha proseguito nella sua analisi Massimo Silva- che siete studenti del liceo dello sport, tenete presente queste lezioni. E’ ridicolo vedere l’amatore che si dopa, per cosa? Per fare 30/40 al km? Ma a chi interessa? Io vi voglio dire che è la mentalità che conta. Sapete qual’era la mia mentalità? Rispetto dell’avversario. Come è possibile che oggi i giocatori non sanno fermarsi ad un metro dall’avversario? Una volta ci si fermava per non andare addosso, per non fare fallo, per non perdere tempo. Questa è la vera mentalità. Cioè “dare il massimo”, secondo me è mentalità. Io ero un attaccante e dovevo fare goal. Io mi preparavo con l’alimentazione corretta, vita sociale, aiuto alla squadra, se l’avversario mi menava, non mi interessava perché il mio obiettivo era fare goal. Una mentalità di passione, di voglia di fare”.

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