Ascoli Piceno, grande successo al Ventidio Basso per il Nabucco di Giuseppe Verdi


ASCOLI PICENO – Torna la grande lirica nelle Marche. E lo fa con la formula della rete teatrale partita lo scorso anno, con la felice esperienza del gruppo di lavoro che vede insieme, fecondamente, il “Ventidio Basso” di Ascoli Piceno, “Il Fortuna” di Fano e il “Teatro dell’Aquila” di Fermo. Confermata l’Orchestra Filarmonica Marchigiana (la “Form”) diretta dal maestro Matteo Beltrami e l’altrettanto affiatata compagine del coro del “Ventidio Basso” – non nuovo ad operazioni culturali di questo livello – consolidati i rapporti con “lo Sferisterio” di Macerata che porta nuovamente a coreografare e dirigere le scene un maestro dalla luminosa carriera come Pier Luigi Pizzi.

Sabato scorso al Ventidio Basso di Ascoli Piceno è andato in scena Il Nabucco di Giuseppe Verdi. L’allestimento è stato ricco – come per l’amata Butterfly del 2016 con il soprano D’Annunzio-Lombardi – di spunti e di interpreti di eccellenza, specialisti nel repertorio melodrammatico di Verdi: l’armeno Gegorv Habokian in Nabucco, con il suo registro grave, baritonale, dalle sonorità scultoree ed imponenti, Sergey Artamov nel ruolo di Zaccaria, sacerdote del Tempio di Gerusalemme, dalle medesime caratteristiche di Nabucco, oltre ad una promettente Alessandra Gioia, allieva di Renata Scotto e Mirella Freni, nella parte delicatissima di Abigaille – l’illegittima erede al trono assiro – per l’estensione vocale richiesta (dai toni di mezzoprano a quelli più acuti da soprano drammatico) e nell’interpretazione che fu di Giuseppina Strepponi, seconda moglie di Verdi.

Ultimi, ma non ultimi, il direttore del Coro, Giovanni Farina, con la sua grande carica organizzativa e le maestranze maceratesi che si adoperano sempre al massimo per cogliere i frutti migliori da questo distillato di delizie musicali, in tempi difficili per i teatri nazionali stabili tutti.

Ora cosa fece del Nabucco di Verdi – rappresentato per la prima volta alla “Scala” di Milano il 9 marzo 1842 – un capolavoro ed un successo assoluti, è lecito chiedeserlo. Dopo il fiasco del secondo lavoro Un giorno di regno nel 1840, un’opera semiseria, Verdi era pronto a chiudere con le scene. A quella battuta di arresto si aggiunse un dramma ancora più grande: la perdita, tra il 1838 ed il 1840, dell’intera famiglia: la moglie ed i due figli.

Non fosse stato per l’impresario della “Scala”, Bartolomeo Merelli, che gli infilò nella tasca del cappotto il libretto di Temistocle Solera, Nabuchodonosor, liberamente tratto, oltre che dall’Antico Testamento, con la cacciata dalla Terra Promessa degli ebrei da parte del re babilonese Nabuchodonosor nel VI secolo a.c., anche e soprattutto dal dramma di Auguste Anicet-Bourgeios e Francis Cornu, testo già utilizzato per un balletto di Antonio Cortesi, Verdi non sarebbe diventato quello che è stato: ossia un formidabile ed innovativo compositore.

Innovativo lo è stato sicuramente nelle scelte tematiche: il tribolato destino degli Ebrei non era dissimile ed ammiccava chiaramente alla condizione dell’Italia, contesa da potenze straniere, divisa in una miriadi di piccoli Stati, indebolita nelle sue speranza di divenire un’unica nazione sotto un’unica bandiera. Tanti patrioti esuli già ricercavano il loro Vate in musica, il cantore ideale del Risorgimento. Un Mazzini esule nel 1831 a Marsiglia che lì fondò “La Giovane Italia”, un’associazione segreta con lo scopo di giungere ad una nazione democratica e, per lui, repubblicana. O lo stesso Garibaldi costretto ad emigrare in Sudamerica.

Verdi non solo raccolse queste aspirazioni, ma le potenziò con una scrittura drammatica e musicale segnata da tre grandi caratteri, in grado di distinguerla dai compassati estetismi del melodramma primo ottocentesco (Rossini, Bellini): essenzialità, cura e coerenza dell’ordito melodico.

Lo si vede già dalla Sinfonia di apertura che ricapitola i grandi tempi dell’opera, ne anticipa i personaggi e la loro forza scenica. I continui rimandi, ben lontani dall’essere stanche riprese, refrain cadenzati e spesso slegati dalla struttura dell’intero costrutto musicale, come accadeva in precedenza, sono degli ulteriori addentellati nell’ingranaggio che forma, con i suoi contrasti anche netti, un ensemble di straordinaria compattezza compositiva.

Come in ogni tragedia che si rispetti è la spinta del coro a condurre la narrazione e slanciarla verso vette drammatiche, con la precisazione ad ogni modo che per Verdi il coro – lo vediamo nelle sue tante apparizioni nel corso dei quattro atti – è strumento di chiarificazione drammaturgica con precisi, anche se impliciti, riflessi socio-politici. Quel Va’ pensiero, alla fine del terzo atto, degli ebrei sognanti, sulle rive dell’Eufrate, con struggente nostalgia, alla patria perduta, fu, secondo la leggenda, il tratto ispiratore dell’intero componimento – dopo che Verdi, di ritorno a casa dall’incontro con Merelli, sparigliò sul leggio del pianoforte il libretto di Solera, il quale si aprì proprio sulla celebre aria – ed assieme – potremmo dire – la summa di un grumo di aspirazioni – musicali e non – che cambiò per sempre il volto e lo spirto della gloriosa opera lirica italiana, anche  attraverso un vibrante realismo lontano dalle tinte tutte esteriori della tradizione belcantistica. Come ben disse Massimo Mila, riuscì a Verdi di essere agganciato al suo tempo, mantenendo gli aspetti di “uno statico affresco dove il più alto livello di vita scenica e di liricità è raggiunto senza dubbio dalla massa del popolo ebraico”.

Pier Luigi Pizzi ne ha restituito una lettura, a nostro avviso, sobria e raffinata ad un tempo, per sottrazione. Mantenendo un’impostazione classica non ha voluto rinunciare al portato di novità insito nell’opera verdiana e alla freschezza del messaggio veicolato, così da rendere la lirica non l’oggetto misterioso, con cui a volte la si apostrofa, ma un mondo accessibile a tutti coloro che, senza reticenze e con sana curiosità, vogliano avvicinarvisi. Un invito sempre aperto.

Alceo Lucidi

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