Con L’Infelice di Antonio De Signoribus si chiude la rubrica Con la fantasia si combatte, si addolcisce il virus

di Antonio De Signoribus
SAN BENEDETTO  – Con questa fiaba,  la settima, si chiude la piccola rubrica targata “Con la fantasia si combatte e si addolcisce il virus”. Ho scelto di chiuderla con il numero sette, un numero magico, religioso, che rappresenta il trionfo dello spirito sulla materia…

( “Vorrei che tu venissi da me una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo”.Dino Buzzati)

L’ Infelice.

Eh sì! Ve la voglio raccontare questa storia un po’ tenera, un po’ particolare, e perché no, anche un po’ filosofica…Adesso, però, non vi distraete. Eccola. C’era una volta un sindaco che,  pur volendo bene ai suoi concittadini e,pur volendo governarli con onestà e giustizia, non ne azzeccava una; per questo si reputava l’uomo più infelice e più disgraziato del mondo. A pensarci bene le cose non andavano bene nemmeno  in famiglia.  Sua moglie, infatti, diceva il popolo, non lo stimava affatto e gli metteva in testa tante di quelle corna che sarebbero bastate a creare una scala infinita tra la sua testa  e il cielo, si fa per dire.

Gli uomini che lo attorniavano, poi, non erano certo stinchi di santo,e spesso sperperavano i soldi destinati alla comunità, per cose inutili.Il povero uomo, si fa per dire, era pur sempre un sindaco, qualche volta li cacciava pure; ma più ne cambiava e più la situazione si complicava. I consigli comunali, poi, erano diventati un vero e proprio teatrino con litigi, cazzotti e calamai pieni d’inchiostro che venivano svuotati per intero su qualche testa poco pensante. Ma in una sola cosa andavano tutti d’accordo, quando dovevano parlare male del sindaco.

Era, inoltre, diventato il più bersagliato dai suoi concittadini come il maggiore responsabile del grande caos che regnava in città. E, ogni volta, che s’azzardava a uscire dal comune per prendere un caffé o  una boccata d’aria, le offese, molto pesanti, erano all’ordine del giorno, qualche volta accompagnate anche da lanci di verdura marcia. Il povero uomo era stanco e non ne poteva più di reggere una situazione diventata insostenibile…A volte pensava di lasciare perdere tutto, e di andarsene via, in un paese lontano, ma gli sembrava una vigliaccheria abbandonare la nave in un momento così difficile.

Per questo era  sempre triste; quando, poi, restava solo, piangeva continuamente e si mordeva le mani perché non riusciva a trovare una vera soluzione ai  problemi della sua città. Chissà quanto avrebbe pagato per fare contenti i suoi concittadini e trovare un po’ di pace e di felicità. E pensa che ti ripensa, un giorno, gli sembrò d’aver trovato una soluzione. C’era in città  una maga tanto rinomata, una specie di strega in pensione, che si diceva avesse dei poteri strabilianti, che guarisse i malati gravi, che azzeccasse i numeri al lotto, che sapesse trovare i tesori nascosti sottoterra, o altre  cose incredibili.

Le persone andavano da lei come ad una processione, ed erano contente e soddisfatte. Il sindaco la fece chiamare e le disse:”Ascoltami, ho bisogno della tua opera. So che sei tanto brava, e che accontenti tutti. E se accontenti tutti, a maggior ragione, devi accontentare anche il tuo sindaco, che ti pagherà bene”.. “Signor sindaco” rispose la maga “per me sarà un onore servirti, basta che io possa arrivare, con la mia arte magica, alla realizzazione dei tuoi desideri. Dimmi, dunque, quello di cui hai bisogno”.

“Tu non ci crederai, ma io, nonostante sia un sindaco, sono tanto sfortunato e infelice…Insomma, hai capito adesso quello che cerco? Cerco la felicità mia e quella dei miei concittadini. Se tu indovini quello che debbo fare per arrivarci, ti regalo una borsa piena di monete d’oro”.La maga, che era furba come il diavolo, gli rispose:”Certo, posso insegnarti il modo di trovare la felicità…Ma…Se non ti dispiace…A casa mia si usa pagare sempre prima…”.

“Giusto!” rispose tutto contento; e gli consegnò una borsa piena di monete d’oro. La maga, appena la vide, se la mise subito in tasca, poi disse: “Se vuoi essere felice e di conseguenza rendere felici tutti i tuoi concittadini, non devi fare altro che indossare la camicia di un uomo che sia davvero felice. Tutto qua!”.A sentire questo consiglio, il sindaco, rimase a bocca aperta perché credeva di dover lavorare chissà quanto per conquistarsi la felicità…E, invece, bastava mettersi una camicia, una camicia soltanto.

E’ vero, che si doveva trovare un uomo felice; ma chissà quanti poteva trovarne tra i suoi amici; e poi chi poteva negargli una camicia? Licenziata la  maga, il sindaco si mise subito in viaggio. Vicino alla sua città governava un ottimo sindaco, suo grande amico. Andò, quindi, a trovarlo arcisicuro d’avere la felicità in tasca. “Io felice?”gli rispose subito l’amico.

“Carissimo, tu hai sbagliato strada. Io ho tanti di quei guai, che se non fosse  il mio orgoglio a tenermi inchiodato alla mia gente, per la disperazione, ti giuro, me ne sarei andato da un pezzo”.“Mi dispiace proprio tanto” gli rispose il sindaco “e dal momento che non puoi aiutarmi vado a trovare altre persone che non fanno il nostro mestiere”. 

Salutato con grande tristezza l’amico, cominciò a girare per città e paesi, in cerca di un uomo veramente felice. Ma chi aveva dei guai con il partito, chi con le mogli, chi con i figli, chi aveva una malattia, chi si arrabbiava perché non aveva un posto di prestigio, chi non trovava pace per paura dei ladri, chi temeva d’essere ucciso per una qualche vendetta; insomma, non ce n’era uno che potesse rispondergli: “Io sono veramente felice”.

Insomma, un vero e proprio disastro. Il povero uomo si dovette tappare le orecchie e con la bile in corpo, sentì proprio il bisogno di fuggire dalla città perché gli sembrava di morire soffocato. Si mise così a camminare per una stradina di campagna. Dopo poco tempo sentì cantare certi stornelli. Erano i contadini che zappavano la terra cantando con una allegria quasi contagiosa.

“Ma guarda come è allegro quel contadino” pensò “fosse l’uomo che cerco? Ma non è possibile. E’ così  povero. Provare comunque, a chiedere non costa nulla”. Gli si avvicinò e lo chiamò:” Buon uomo puoi venire qui un secondo? Dovrei chiederti una cosa”. “Eccomi: di cosa hai bisogno?” rispose subito il contadino un po’ sospettoso. “Dimmi un po’, tu che sei tanto allegro e hai una faccia come una pasqua che consola, sei contento della tua vita?”.  “Grazie a Dio, sì, che sono contento” rispose il contadino.

“Ma è possibile che non hai nessuna disgrazia, nessuna pena e che non desideri più niente al mondo?”. “Io mi accontento di quel poco che mi ha dato il caro Dio. Ho una casetta dove non entra mai il medico, né il veterinario. Il campetto mi basta e assomiglia ad un giardino e,  non faccio per vantarmi, lo so lavorare e non mi lamento mai. Ogni tanto rosicchio qualche pezzo di pane, di tanto in tanto mi faccio una cantatina, che mi fa stare bene, poi torno a casa soddisfatto. La sera, poi, o una spianata di polenta, o un bel piatto di ceci, o un po’ d’erba trovata, o quattro piante d’insalata, non mancano mai a casa mia.

Sapessi, poi, con quanto appetito  mangio e come apprezzo quello che metto sotto i denti. E se, dopo mangiato, stanco morto, mi metto sul letto per un riposino allora sono davvero felice”. “Questo è l’uomo che cercavo” pensò il sindaco. “Dimmi un po’ buon uomo, potresti farmi un piacere? Pagando s’intende! Ecco, guarda: ti regalo una moneta d’oro”. “ Se proprio  mi devi regalare qualcosa, regalami un po’ di soldi, perché le monete d’oro  non le ho viste mai”.“Ingenuo che sei! Se tu questa moneta vai a cambiarla in una banca, di soldi ne avrai almeno Cinquecento”.

“Dici davvero? Cinquecento! Mi basterebbero per delle scarpe nuove che andiamo tutti scalzi e per un po’ di vestiti da regalare a mia moglie… E va bene” disse il contadino “giacché mi regali tutto questo, lo gradisco e ti ringrazio…Adesso dimmi che devo fare?”. “Dovresti darmi una camicia delle tue, tutto qua!”. Il contadino, diventando rosso come un peperone, disse: “ Una camicia, hai detto? Una camicia…Te la darei con tutto il cuore…Ma…Quasi mi vergogno a dirtelo…Io non ho, purtroppo, una camicia”.

“Possibile che tu non hai mai indossato una camicia in vita tua?”. E il contadino si sbottonò la sua uniforme bianca di campagna e gli fece vedere il petto nudo. “ Questa è la mia camicia” disse, poi, con una punta d’orgoglio. Il sindaco, preso dalla rabbia ebbe un malore e svenne; quando si riebbe disse: “L’unico uomo felice che avevo trovato dopo tante ricerche non ha una camicia. Assurdo!”.

Regalò ugualmente la moneta d’oro al contadino e se ne andò via più triste e sconsolato di prima. Ritornò nella sua città, si rinchiuse deluso dentro le sue stanze, e non volle più vedere nessuno. Il giorno dopo, tutti lo cercarono di qua e di là. Ma il sindaco era scomparso e non se ne seppe più nulla. Allora, venne eletto sindaco il figlio maggiore, un giovanotto svelto, istruito, e sicuro di sé, che in poco tempo rimise tutte le cose a posto, con grande soddisfazione sua e di tutti i suoi concittadini. Insomma, era riuscito a fare quello che suo padre aveva sempre tentato di fare…

Dell’infelice? Dopo alcuni anni si seppe, quasi per caso, che s’era fatto prendere come garzone dal contadino. Con l’uniforme bianca di campagna e senza camicia si mise a zappare la terra. Siccome, però, a tante fatiche non era abituato, s’ammalò e se ne andò all’altro mondo, dove si spera abbia trovato la felicità che in questo mondo non era riuscito a trovare.

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