Davide Traini, se 300 vi sembran poche

Grottammare, 23.4.2018

Si fa un gran parlare di “bandiere” nel calcio ma ormai, a tutte le latitudini, come i Gronchi rosa sono una rarità. Soprattutto tra i professionisti: dopo i recenti ritiri di Alessandro Del Piero della Juventus e di Francesco Totti della Roma, c’è rimasto in campo solo Daniele De Rossi, anche lui della società capitolina. A livello dilettantistico la situazione è leggermente diversa: sicuramente tra le migliaia di società italiane ci saranno diversi giocatori che si sono legati alla stessa maglia, collezionando presenze su presenze e diventandone, di fatto, un simbolo. Anche nel Grottammare Calcio ce n’è uno: si tratta di Davide Traini, grottammarese purosangue anche se i documenti ufficiali dicono che sia nato a San Benedetto del Tronto il 5 ottobre 1982. Nell’incontro infrasettimanale del 4 aprile scorso contro l’Atletico Gallo Colbordolo, Davide – fisico da granatiere, di ruolo centrocampista con licenza di segnare – ha giocato la sua trecentesima partita in campionato con la “vetusta” maglia biancoceleste (a cui vanno aggiunte anche 26 presenze in Coppa Italia). Chiariamo subito una cosa: nel conteggio sono comprese anche le partite di spareggio, play-off o play-out che siano, secondo la nuova tendenza degli statistici calciofili. Questo perché il gioco del calcio sta cambiando in continuazione (vedi l’introduzione dapprima del quarto uomo, poi degli arbitri di porta, infine del cosiddetto Var – la moviola in campo tanto richiesta per molti anni da Aldo Biscardi durante il suo Processo televisivo – per non parlare, almeno a livello dilettantistico, dell’introduzione da quest’anno delle cinque sostituzioni). Una volta ciò non succedeva perché gli incontri di spareggio erano davvero cosa rara: a memoria personalmente ricordo quello che decise lo scudetto tra Bologna ed Internazionale giocato allo stadio “Olimpico” di Roma il 7 giugno 1964 e quelli tra Atalanta, Cagliari e Pescara che sancì la promozione in Serie A nel 1976-77 degli orobici e, per la prima volta, degli abruzzesi. Sugli almanacchi dell’epoca, i giocatori di queste squadre non hanno le presenze in più nel proprio “score”, come se quegli storici incontri non fossero mai stati giocati. Oggi invece gli spareggi sono fondamentali, ogni anno, per decretare promozioni e retrocessioni soprattutto nelle categorie dilettantistiche, per cui vengono considerati a tutti gli effetti “presenze”.

Chiarito questo, andiamo a raccontare la lunga chiacchierata con Davide Traini che, se per ben sette stagioni non fosse andato altrove a dare quattro calci ad un pallone, oggi sarebbe stato sicuramente – al netto di eventuali gravi infortuni – il giocatore in assoluto con più presenze nel Grottammare, superando Luigi Travaglini e Giacinto Iobbi che si sono fermati a poco meno di 400 gettoni quando la società si chiamava ancora S.S. Robur.

 

A che età hai iniziato a giocare a calcio?

Sono entrato nella Scuola Calcio del Grottammare all’età di sei anni ed il mio primo allenatore è stato Giacinto Iobbi, una bandiera cittadina, facendo in seguito tutta la trafila del settore giovanile, vincendo con gli Allievi due titoli provinciali consecutivi ed una Supercoppa.

 

Poi l’approdo in prima squadra a sedici anni e mezzo…

Sì, ero ancora un Allievo e mister Massimo Teodori – che ogni tanto mi faceva allenare con i ”grandi” – mi fece debuttare in Seconda Categoria (il Grottammare era purtroppo sprofondato così in basso e solo con l’avvento del presidente Amedeo Pignotti cominciò la risalita fino alla Serie D, nda). Era il 17 aprile 1999 e giocai l’ultimo quarto d’ora della partita vinta 4-0 contro l’Orsini di Ascoli Piceno. Quello fu l’anno che arrivammo secondi e vincendo il play-off contro la Cuprense allo stadio “Riviera delle Palme” di San Benedetto del Tronto fummo promossi in Prima Categoria.

 

Cosa hai provato quando il mister ti ha detto di scaldarti che saresti entrato?

Tanta tensione e molta emozione; le gambe non andavano, fortuna che quando sono entrato il risultato era già acquisito…

 

L’anno successivo arrivò Castronaro, un centrocampista con un passato in Serie A

Non fu per me quella una bella stagione; mi allenavo costantemente in prima squadra ed essere diretto da Angelo Castronaro, uno che aveva militato per molti anni nel massimo campionato italiano, per me era un piacere perché – giocando nel suo stesso ruolo – potevo farmi dare dei buoni consigli. Purtroppo a novembre mi ruppi i legamenti della caviglia e rimasi fuori molti mesi. Ricominciai con la Juniores e nell’ultimo mese di campionato il mister mi fece giocare tre partite. Vincemmo comunque il torneo ottenendo la seconda promozione consecutiva. Ad ogni buon conto ho un buon ricordo di mister Castronaro, con lui si lavorava davvero bene perché con i giovani ci sa fare.

 

Nel 2000-01 arriva finalmente la Promozione

Il presidente Pignotti, molto ambizioso, costruì una squadra per vincere anche questo campionato e così fu, nonostante un avvio un po’ balbettante con una sconfitta a tavolino nella prima giornata a Matelica per aver fatto giocare un calciatore squalificato ed uno scialbo pareggio casalingo nel turno successivo contro l’Azzurra Colli. Il mister Castronaro fu esonerato dopo la seconda giornata ed il suo posto fu preso dal ds Pino Aniello, in attesa dell’arrivo di un nuovo allenatore; che in realtà non arrivò mai perché con Aniello cominciammo con tre eclatanti vittorie (5-1 in casa con la Passatempese ed un doppio 4-0 a Corridonia e con la Sangiorgese tra le mura amiche) e poi con tutta una serie di risultati che ci proiettarono subito in cima alla classifica, quindi il presidente lo tenne fino alla fine. In questa stagione, per via della regola degli under, giocai 24 partite segnando anche la mia prima rete, l’8 aprile 2001 nel 6-0 contro la Vis Civitanova. Ebbi anche la soddisfazione di prendere parte al Torneo delle Regioni con la Rappresentativa Marche.

 

Terza promozione consecutiva e finalmente fu Eccellenza.

Nel massimo campionato regionale (a cui il Grottammare partecipava per la prima volta da quando fu istituito nel 1991-92, nda), fu promosso allenatore Roberto Beni, l’anno prima compagno di squadra sul rettangolo verde. Già quando giocava si vedeva che aveva il carisma, era un allenatore in campo e la sua strada era segnata. Infatti oggi è vice allenatore di Stefano Colantuono a Salerno, dopo esser stato con lui anche a Bergamo, Udine e Bari. Il primo anno di Eccellenza, comunque, mi” vedeva” poco, preferiva altri under e feci solo 13 presenze. Fu un anno “strano”: chiudemmo il girone di andata in testa, poi scoppiò il “caso Corvo” con alcune società che denunciarono il Grottammare per aver fatto giocare Luigi Corvo secondo loro mai tesserato dal presidente Pignotti. La cosa ci destabilizzò non poco; quando poi fu chiarito che il tesseramento era regolare, ormai la frittata era fatta: arrivammo quinti ma quella fu l’ultima stagione in cui non si giocavano i play-off (verranno introdotti l’anno dopo, nda), per cui il campionato per noi finì lì.

 

La promozione fu rimandata di un anno…

Sì, quella del 2002-03 fu una stagione pazzesca. Io riuscii finalmente a conquistare il mister Beni e giocai molto di più, nonostante la rottura di un menisco che mi tenne fuori da metà febbraio a fine aprile. Collezionai comunque 27 presenze, compresi gli spareggi play-off sia regionali che nazionali, segnando anche 4 reti tra cui la mia prima doppietta che ci permise di vincere – il 2 febbraio 2003 – contro il Calcinelli nel giorno in cui fu ricordato Filippo Pirani, scomparso il precedente 30 gennaio ed al quale è dedicato oggi lo stadio di Grottammare. Alla fine della regular season arrivammo secondi dietro l’Urbino, nonostante vincemmo contro i feltreschi sia in casa che fuori. Poi ci fu la bella cavalcata degli spareggi, dapprima regionali dove battemmo l’Urbisalviense allenata da Flavio Destro ed il Porto Sant’Elpidio, poi quelli nazionali dove avemmo la meglio sulla Fortis Terni ed il Teoreo Montoro, una squadra campana. Eravamo davvero un bel gruppo di pazzi scatenati con in testa Cristiano Cau, Massimiliano Corsi e Stefano Costantini. Il gruppo coeso fu sicuramente l’arma in più per quella storica conquista della Serie D.

 

Ecco, appunto, la Serie D: che ricordi hai?

È stata davvero una bella esperienza lunga, per me, cinque anni con la maglia del Grottammare. Confrontarsi ogni domenica contro realtà di fuori regione – passando da squadre più “fisiche” come le abruzzesi, molisane e laziali, a quelle più “tecniche” come le romagnole, umbre e toscane – è stato un grosso arricchimento per tutti noi. Abbiamo provato anche l’ebbrezza per alcune settimane del primo posto in classifica, proprio il primo anno con Beni in panchina. In fin dei conti, sono stati dei bei campionati, quasi tutti di media-alta classifica a parte la stagione 2005-06 dove ci salvammo ai play-out contro la Nuova Avezzano: qui mi piace ricordare un curioso episodio, ossia il “blocco mascellare” ad un nostro tifoso, Gianni Iobbi, figlio di Giacinto. Dopo la vittoria casalinga per 4-2, andammo ad Avezzano forti dei due gol di vantaggio e con un discreto numero di tifosi a farci da conforto che vennero sistemati nella tribuna di fronte a quella principale, dove c’erano gli spogliatoi. Loro ci aggredirono subito e passarono in vantaggio anche abbastanza presto, per cui le cose non si misero molto bene per noi. Piano piano conquistammo campo e riuscimmo a pareggiare a pochi minuti dalla fine del primo tempo. Nella ripresa, con loro sbilanciati in avanti, passammo addirittura in vantaggio e a Gianni, nell’esultare, gli si bloccò la mascella con la bocca aperta. . Non c’era verso di rimettergliela a posto e quindi fu deciso di portarlo al pronto soccorso; il problema era che l’ambulanza, situata nei pressi dello spogliatoio, dovette entrare in campo, attraversarlo tutto per andare sotto l’altra tribuna per caricare il nostro tifoso e portarlo in ospedale, con la conseguenza che il gioco rimase interrotto per un bel po’ di minuti. Finì comunque tutto bene, sia per Gianni che per noi, perché alla fine vincemmo 3-2 e ci salvammo.

 

Nel primo anno di Serie D Nico Stallone, attuale tecnico del Monticelli, ti ha seguito spesso in qualità di osservatore della Sampdoria: come entravi in campo sapendo di essere un sorvegliato speciale?

Questa notizia, in verità, mi giunge nuova. O meglio, eravamo stati avvisati dai dirigenti che in più di una partita c’erano degli osservatori di squadre importanti a seguire alcuni di noi under, ma non essendosi poi concretizzato niente non ho mai saputo quali fossero queste società e chi seguissero di preciso. Comunque, è ovvio che si entrava in campo con un po’ di strizza in più ma una volta che l’arbitro fischiava l’inizio si pensava solo a giocare e a cercare di fare bene.

 

Descrivimi con una parola i vari allenatori che hai avuto a Grottammare in Serie D.

Cominciamo da Roberto Beni:

Ambizioso.

 

Maurizio Severini, subentrato a Beni a metà campionato:

Compagnone.

 

Domenico Izzotti:

Gran motivatore.

 

Sestilio Marocchi:

Eccentrico.

 

Daniele Amaolo, subentrato a Marocchi e poi confermato l’anno successivo:

Stratega.

 

Il tuo ultimo campionato in Serie D con la maglia del Grottammare è stato sicuramente il più importante: quinto posto in classifica a soli cinque punti dalla vincitrice, la Sangiustese, e 12 reti segnate…

Infatti, fu un ottimo campionato con una bella squadra costruita strada facendo (molti giocatori arrivarono a campionato iniziato, nda). E pensare che abbiamo perso sei punti contro una squadra poi retrocessa, il Cologna Paese. Se gestito meglio, era un campionato che si poteva anche vincere. Ma non so fino a che punto la società aveva voglia di andare tra i professionisti.

 

Cosa successe prima di quel fatidico incontro a Tolentino?

Guarda, ci ho capito poco anch’io. E poi preferisco non parlarne perché fu una cosa che mi fece molto male.

 

Come mai poi andasti via da Grottammare?

Forse anche a seguito di come finì la stagione 2007-08, decisi di cambiare aria e accettai la chiamata di Roberto Beni che nel frattempo si era accasato alla Santegidiese, sempre in Serie D. Poi a gennaio ci fu a sorpresa la chiamata del ds della Sambenedettese, Luca Evangelisti, che mi seguiva già dai tempi del Grottammare; firmai il contratto da professionista proprio l’ultimo giorno del mercato di riparazione.

 

Che esperienza è stata quella in Lega Pro Prima Divisione?

L’impatto all’inizio fu duro, sia per i pesanti allenamenti a cui non ero abituato sia perché le prime quattro partite le vidi dalla tribuna. Poi il venerdì precedente l’incontro contro il Padova, il mister Fulvio D’Adderio mi disse che avrei giocato. Il debutto in Veneto fu amaro perché perdemmo 2-0. Da quella domenica, comunque, ho giocato le ultime dieci partite di campionato – nel frattempo era arrivato il mister Giorgio Rumignani – e le due partite di play-out contro il Lecco.

 

Tutti ricordano il miracolo del portiere del Lecco su un tuo colpo di testa all’ultimo minuto della partita di andata…

Me lo ricordo bene anch’io, ancora non riesco a capacitarmi come abbia fatto il portiere Massimo Zenildo Zappino (di origine brasiliana, nda) a prendere quella palla destinata sotto il sette. L’urlo di gioia mi si strozzò in gola. Certo che se avessimo vinto quella partita, chissà come sarebbe finita, forse ci salvavamo sul campo. Perché poi, in realtà, la Samb non si iscrisse l’anno dopo scomparendo dal calcio professionistico. E così sfumò anche il mio contratto triennale…

 

Tu tornasti a Sant’Egidio alla Vibrata.

Si, tornai alla Santegidiese, nel frattempo affidata prima ad Aldo Ammazzalorso e poi, in corsa, a Gaetano Fontana. Disputammo un gran bel campionato, sfiorando la vittoria finale; vincemmo i play-off di girone ma poi venimmo eliminati in quelli nazionali. Ricordo molto volentieri tutti i miei compagni di squadra, tra cui Andrea Bucchi. Un po’ meno i dirigenti che non ci hanno finito di pagare i rimborsi spese concordati.

 

A sorpresa, ecco il primo ritorno a Grottammare.

Mi chiamò Pino Aniello che aveva saputo delle varie disavventure (la Sambenedettese fallita, la Santegidiese che non pagava) e mi propose il ritorno a casa. Accettai volentieri anche perché sulla carta era stata allestita una buona squadra, molto competitiva. In realtà il campionato non fu esaltante, con il cambio di tre allenatori: dapprima Paolo Del Moro (fino a qualche anno prima era stato mio compagno di squadra sempre nel Grottammare), poi Giuseppe Malloni ed infine Giuseppe De Amicis. Alla fine riuscimmo ad evitare i play-out grazie alle vittorie contro Tolentino e Fermana, squadre di rango in quel torneo. Proprio contro i canarini realizzai la rete in maglia biancoceleste alla quale sono più legato per vari motivi: oltre ad essere l’unica mia segnatura su punizione, fu un gol importante in un momento di stagione molto difficile, a poche giornate dal termine, in cui stavamo cercando di venire fuori dai bassifondi contro una squadra che lottava per vincere il campionato.

 

Perché poi nella stagione 2011-12 non rimanesti con la squadra della tua città?

Perché poi nella stagione 2011-12 non rimanesti con la squadra della tua città?

Perché mi cercò Roberto Cappellacci, un “talebano” della panchina che avevo già incontrato da avversario quando lui allenava il Pescina VdG, che andò a dirigere il Teramo, in Serie D, con una squadra costruita per vincere il campionato dove ritrovai il mio amico Andrea Bucchi con cui avevo già giocato a Grottammare e Sant’Egidio. Disputammo un campionato di vertice, rispettando il pronostico della vigilia, e – nella poule scudetto tra le vincenti dei nove gironi – cedemmo solo in finale al Venezia.

 

Ma a Teramo, in Lega Pro Seconda Divisione, non vieni confermato…

Esatto, non so perché, comunque fu così. Allora accettai la proposta della Sambenedettese con Ottavio Palladini in panchina, vincendo per il secondo anno consecutivo un campionato di Serie D. La promozione fu poi vanificata dalla nota vicenda della mancata iscrizione della squadra alla Lega Pro Seconda Divisione da parte della coppia Pignotti & Bartolomei. In attesa di sapere come sarebbe finita la “telenovela” della Samb, rifiutai diverse proposte (tra cui anche la Fermana) sperando in cuor mio che i rossoblu ce la facessero ad iscriversi. Invece rimasi con il cerino in mano e, alla fine, accettai la proposta della nuova dirigenza della Sambenedettese e ripartii dall’Eccellenza, questa volta con Andrea Mosconi in panchina. Vincemmo il campionato con qualche giornata di anticipo proprio qui a Grottammare, anche se io non giocai perché infortunato.

 

E siamo arrivati al 2014-15: la Samb non ti confermò…

Ebbi un confronto con il ds Alvaro Arcipreti il quale mi disse, con tutta franchezza, che nella nuova squadra avrei avuto poco spazio. Allora mi guardai attorno e scelsi, tra le varie pretendenti, la Recanatese perché aveva come allenatore Daniele Amaolo che avevo avuto qui a Grottammare e con il quale andavo d’accordo. A Recanati devo dire che mi sono trovato molto bene, ho trovato una società seria ed un bell’ambiente; a dicembre il tecnico sangiorgese fu sostituito da Lamberto Magrini e alla fine conquistammo la salvezza, anche se forse la dirigenza si aspettava qualcosa di più. Nella stagione successiva non rimasi con i leopardiani perché il confermato allenatore Magrini volle fare una rivoluzione mandando via tutti i “vecchi”.

 

Dal giallorosso della Recanatese al gialloblu della Folgore Veregra.

Alla squadra neo promossa in Serie D venni chiamato dal ds Claudio Cicchi; allenatore all’inizio era Luigi Zaini con cui chiudemmo il girone di andata in piena zona play-off; poi – nel girone di ritorno – dopo un vistoso calo fu sostituito da Fabrizio Grilli il quale non riuscì ad evitare una clamorosa retrocessione che qualche mese prima era impensabile. Comunque questa di Montegranaro è stata un’esperienza da dimenticare in tutti i sensi: anche qui non ho visto nessun rimborso spese. Voglio dimenticarla in fretta.

 

Allora è proprio vero che “chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa lascia…”

Infatti, dallo scorso anno – vista anche l’età – ho preferito tornare a casa mia, a Grottammare, dove ho iniziato anche ad allenare nella Scuola Calcio. Nella passata stagione ci siamo salvati ai play-out facendo un’impresa a Fossombrone; quest’anno, invece, dopo aver disputato una buona prima parte di campionato, siamo calati un po’ nel finale ma abbiamo comunque raggiunto la salvezza con due giornate di anticipo, quindi ci riteniamo più che soddisfatti, considerando che – tolti Dario Ludovisi, Nicolò De Cesare ed il sottoscritto – la squadra è molto giovane. Ma è un buon gruppo che, con qualche innesto mirato, il prossimo anno può fare ancora meglio.

 

Progetti per il futuro?

Da qualche mese sono rimasto senza lavoro (era ragioniere part-time in un’azienda del territorio che ha chiuso, nda) ed ho una famiglia da mantenere. Quindi per me, adesso, la priorità è la ricerca di un’occupazione; se poi riuscissi a trovare un posto che mi faccia conciliare entrambe le cose, finché il fisico regge mi piacerebbe continuare a giocare in prima squadra per provare, magari, a battere il record di presenze con questa maglia.

 

Da quando è tornato nella sua città, Davide è anche un allenatore della Scuola Calcio del Grottammare: chissà se oltre alla tecnica insegna ai bambini anche come si diventa una “bandiera”. Perché in questo mondo del football che cambia molto velocemente, di giocatori “simbolo” ce ne vorrebbero molti di più.

In conclusione, a lui – ragazzo serio e preparato nonché in possesso dei patentini di Allenatore giovani calciatori Uefa C e di Allenatore di base Uefa B – auguriamo di trovare presto lavoro, magari – perché no – come mister di una squadra giovanile di società professionistica.

 

Michele Rossi

 

Testo © dell’Autore e dell’Editore
Nelle foto © di Secondo Capriotti e Michele Rossi: da sinistra, la formazione del Grottammare Allievi campione provinciale nel 1998-99 (Traini è il secondo da sinistra in piedi, a fianco dell’allenatore Pino Aniello); una formazione del Grottammare promosso in Serie D nel 2002-03 (Traini è il quinto da sinistra in piedi); figurina di Davide Traini del 2016-17

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