Concorso di Poesia

Una divertente Inquilina del piano di sopra strappa applausi e consensi al Concordia

 

di Alceo Lucidi

SAN BENEDETTO – Con la stagione teatrale giunta agli sgoccioli, penultimo appuntamento da calendario al Concordia, il pubblico sambenedettese ha potuto gustare in tutta la sua brillantezza la commedia del francese Pierre Chesnot L’inquilina del piano di sopra.  In una Parigi ferragostana due anime solitarie si incontrano per un capriccio del caso. Sophie (Gaia De Laurentis) è al culmine di una crisi esistenziale e vuole suicidarsi.  Bertrand (Ugo Dighiero), invece, un professore universitario, scorbutico misogino, apparentemente insensibile al fascino femminile.

Può l’amore sbocciare tra le umane apatie, nel mare dell’urbana indifferenza, al netto di tutte le paure, le angosce passate, i turbamenti, le fragilità di ognuno? Certo che sì. I due stralunati personaggi di Chesnot ce lo dimostrano fin troppo bene. La scintilla, oltre che nel “lavoro” di mediazione portato avanti dall’amica di Sophie (Suzanne), una viveur di primo pelo, che spinge Sophie ad uscire dalle secche dei propri complessi, da un autismo emotivo, è data dalla stessa protagonista, capace di ribaltare il suo bilancio fallimentare in un’occasione di rilancio, in una piccola, grande rinascita.

D’altronde tutto il teatro borghese francese di vaudeville tra Otto e Novecento è pieno di commedie intrise di psicologismo, colpi di scena, sapienti tessiture testuali rivolte agli angoli domestici, ai quadretti di vita familiare, in cui molto spesso è la stessa borghesia a mettersi – e a vedersi messa – in scena, come in un gioco di mise en abime, di duplicazione del senso, controverso, della vita vera nella vita del teatro.

Chesnos, arrivato alla commedia piuttosto tardi, dopo svariati mestieri (magazziniere, venditore di frigoriferi, cantante di cabaret a Pigalle), con un’opera A vos souhaits che lo impone immediatamente all’attenzione del pubblico, conosce bene la tradizione da cui viene ed in cui si è formato.

La scommessa della bella Sophie di sedurre il primo uomo che gli capiti a tiro (l’annoiato professore di storia del piano di sotto con l’hobby delle marionette) rientra allora pienamente in questo genere drammaturgico alimentato dalla verve comica, certo, basato su elementi drammaturgici anche molto semplici, ma che in nulla cede alla piattezza e alla banalità. Anzi, le relazioni sbozzate sono tutte riflessi di una condizione generale, pur se colta con un tono divertito e smaliziato, superbamente sarcastico.

Ecco allora comparire – e scomparire – i teatri di cartone dei falsi pudori, delle mezze parole, delle inutili reticenze, dei sospetti che tengono banco nei cuori. Ecco cadere anche le maschere, le barriere, le resistenze sempre così tanto celebrali e così poco reali. Ecco la passione esondare e sfociare in una diversa prospettiva, un orizzonte nuovo di senso. Come volevasi dimostrare, L’inquilina è l’esatta rappresentazione delle paure che l’amore scioglie con un sorriso, nonostante le differenze di genere e le incrinature negli equilibri di coppia.

Questa rappresentazione, poi, per la regia di un attento Stefano Artissunch restituisce tutto il sapore delle fragorose commedie parigine, anche visivamente, per la cura del dettaglio, le scenografie piene e ridondanti (opera di Matteo Soltanto), la sospensione tra realtà ed immaginario, critica di costume e slancio ideale. Una bella ricostruzione fedele allo spirito dei tempi, direi, che ci ha reso lo spettacolo di ieri, in forza soprattutto della funambolica, ridanciana resa dei tre attori protagonisti (una menzione particolare va a Gaia De Laurentis), ancora più simpatico, ancora più dolce (agrodolce), ancora più tenero, ancora più struggente. La vie en rose.

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