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“I fiori del male: donne in manicomio nel regime fascista”, mostra documentaria al Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno

ASCOLI PICENO – Si inaugura mercoledì 8 marzo alle ore 17, presso il Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, la mostra foto-documentaria I fiori del male: donne in manicomio nel regime fascista, curata da Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante. Dopo il saluto delle autorità e gli interventio dei curatori della mostra, si alterneranno la scrittrice Luana Trapè (Storia e storie del manicomio di Fermo) e lo psichiatra Alberto Mancini.(La psicatria prima e dopo la legge Basaglia). Le letture sono affidate all’ attrice Cristiana Caselli, mentre gli intermezzi musicali sono a cura di Argeo Polloni.

La mostra è stata realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo in collaborazione con il Dipartimento di salute mentale della Asl di Teramo e l’Archivio di Stato di Teramo e sarà visitabile fino al prossimo 22 marzo (dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 17). I materiali documentari al centro del percorso espositivo attingono in larga parte all’archivio storico dell’ex manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, istituzione-simbolo per l’Abruzzo. Sono figlie, madri, mogli, spose, amanti; sono donne vissute durante gli anni del regime fascista.

Ogni viso racchiude una storia, ogni espressione diventa traccia di un percorso personale improvvisamente interrotto, ogni foto è stata scattata per catalogare i caratteri somatici di una nota discordante e renderli visibili a uno sguardo medico congelato su una concezione positivistica della malattia mentale. Dalle mogli poco remissive, alle donne libertine, dalle giovani insofferenti ai vincoli dei conformismi alle vittime incolpevoli di violenze e dissidi familiari: figure differenti accomunate dal medesimo destino di emarginazione e segnate dallo stesso stigma di diversità.

Ai volti delle ricoverate sono affiancati diari, lettere, relazioni mediche. Materiali che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e che riletti oggi, con sguardo consapevole, possono contribuire a individuare l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile per isolarli dal nostro orizzonte culturale e non ripeterli sotto forme diverse.

L’idea di realizzare una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista -dicono Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante–  è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca. Durante il Ventennio si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adattate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.

“Ci è sembrato importante – aggiungno i curatori della mostra-  raccontare le storie di queste donne a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e oblio. Alle immagini sono state affiancate le parole: quelle dei medici, che ne rappresentarono anomalie ed esuberanze, ma anche le parole lasciate dalle stesse protagoniste dell’esperienza di internamento nelle lettere che scrissero a casa e che, censurate, sono rimaste nelle cartelle cliniche”.

” Il manicomio, in questo senso, è stato un osservatorio privilegiato dal quale partire per analizzare i modelli culturali, di matrice positivista, che hanno storicamente contribuito a costruire la devianza femminile e che durante il Ventennio furono ideologicamente piegati alle esigenze del regime. Il lavoro di ricerca e di valorizzazione condotto su questi materiali -concludono Valeriano e Di Sante- ha permesso così di recuperare una parte fondamentale della nostra memoria e di restituirla alla collettività“.

 

 

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