Lettere al direttore / 50 anni dall’ approvazione dello Statuto dei Lavoratori

di Tonino Armata (presidente onorario associazione Città dei Bambini)

SAN BENEDETTO – Egregio direttore,

quest’anno (per l’esattezza il 20 maggio), lo Statuto dei lavoratori compie 50 anni, essendo stato approvato con legge 20 maggio 1970 n. 300.

Più che l’occasione per festeggiare un anniversario, credo che si tratti dell’occasione per una riflessione approfondita sulle ragioni che condussero a quella legge, sui suoi contenuti essenziali e, soprattutto, sul suo stato di salute e sulle prospettive future.

Ci sarà tempo per approfondire l’esame in molte sedi, e si prevedono iniziative importanti, ma qualche notazione può già essere fatta, senza il rischio dell’improvvisazione, visto che si tratta di un tema sul quale si discute da anni, da parte di chi pretenderebbe di ampliarlo, irrobustirlo e aggiornarlo e chi invece ha tentato e tenta di affossarlo.

«La Costituzione entra in fabbrica»: nel maggio di cinquant’anni fa l’Avanti! commentò così, con molte ragioni, l’entrata in vigore dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Era stato approvato in prima istanza al Senato nel dicembre del 1969, negli stessi giorni in cui si concludeva positivamente la grande e tesa ventata dell’”autunno caldo” (e contro di essa si profilava cupamente, a Piazza Fontana, la stagione delle stragi neofasciste e della “strategia della tensione”).

L’approvazione dello Statuto con l’alleanza e il mutuo riconoscimento tra gli studenti del Sessantotto e i protagonisti “dell’autunno caldo” – una stagione breve ma intensa che caratterizzò la prima metà degli anni Settanta – nacque dall’innamoramento del movimento degli studenti per la straordinaria radicalità delle loro forme di lotta e per il profilo nettamente egualitario ed antiautoritario dei loro obiettivi, annunciava il decennio più intensamente riformatore della storia della Repubblica.

In quello stesso 1970 vi sono la legge sul divorzio e l’istituzione sia delle Regioni che dello strumento referendario, previsti dalla Costituzione ma rimasti sin lì inattuati; vi saranno poi il diritto di voto a 18 anni, il nuovo diritto di famiglia, la riforma penitenziaria, e infine la riforma sanitaria, la regolamentazione dell’aborto e la “legge Basaglia” sugli ospedali psichiatrici.

Il “padre” dello Statuto dei lavoratori, il socialista Giacomo Brodolini era scomparso nel luglio del 1969 ma il suo lavoro fu continuato con convinzione da Carlo Donat Cattin, che lo sostituì al Ministero del Lavoro, e da Gino Giugni, cui Brodolini aveva affidato la guida del progetto.

Quarantun articoli «a tutela della libertà e dignità dei lavoratori e della libertà sindacale»: volti cioè a tutelare l’organizzazione sindacale all’interno delle fabbriche e a limitare interventi e controlli padronali lesivi, appunto, dei diritti costituzionali.

Articoli scarni, ma ci riportano a quel tempo: è proibita ogni selezione o discriminazione dei dipendenti in base alle loro opinioni politiche, la costituzione o il sostegno a sindacati “padrona-li”, l’uso di guardie giurate in funzione repressiva e di «impianti audiovisivi per finalità di controllo», e così via.

Ebbe un significato potente la conquista dell’assemblea e di altri diritti di organizzazione all’interno delle fabbriche, nel vivo di un rinnovamento sindacale caratterizzato anche dall’elezione diretta dei delegati di reparto. E da un progetto di unità sindacale che per un attimo sembrò realizzarsi.

Fu una fondamentale affermazione dei diritti costituzionali, soprattutto, quell’articolo 18 che vietava i licenziamenti «intimati senza giusta causa o giustificato motivo»: vietava cioè i licenziamenti di rappresaglia, volti a colpire attivisti sindacali e politici.

E poneva fine a quei diffusi e vergognosi arbitrii padronali contro i lavoratori socialisti e comunisti che avevano segnato gli anni della guerra fredda: massicci licenziamenti “politici”, reparti “confino”, schedature sistematiche e così via.

Non erano infondate le parole con cui Pietro Nenni apriva così la sua relazione al congresso del Psi nella Torino del 1955, all’indomani del crollo della Cgil nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat: «l’intimidazione, il ricatto, la rappresaglia sono armi quotidiane (…) gli operai sono spiati, costretti alle loro macchine come automi (…), si è introdotto il sistema delle perquisizioni all’ingresso delle fabbriche» per impedire la diffusione di materiale di propaganda, e i lavoratori «sono posti davanti all’alternativa di votare come vuole l’azienda o di perdere il posto di lavoro».

In quello stesso 1955 quella realtà era documentata anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni nelle fabbriche ma la gran parte della stampa taceva, ha annotato Scalfari ne L’autunno della Repubblica: «il pubblico colto non ha mai saputo in che modo, per tutto l’arco degli anni Cinquanta, la classe operaia sia stata sistematicamente disarmata, umiliata, quali drammi individuali e collettivi si siano verificati».

Nel corso degli anni Sessanta questa realtà iniziò ad incrinarsi, nel prender corpo di un sindacalismo rinnovato e nella fase di maggior espansione del lavoro industriale (il 42% degli attivi nel 1970): gli scioperanti nelle fabbriche, poco più di un milione nel 1966 e nel 1967, sono quasi cinque milioni nel 1969, nel clima colto allora da un intenso documentario di Ugo Gregoretti, Contratto.

È approvato in quel clima lo Statuto dei diritti dei lavoratori, e si ricordi che introduceva la “giusta causa” nei licenziamenti solo per le aziende con più di 15 dipendenti (anche per questo il Pci si astenne dal voto, una scelta miope): affiorava anche qui la potenziale tensione fra i diritti dei lavoratori e le logiche delle imprese.

Una tensione “governabile” nelle fasi economiche espansive ma destinata a riproporsi in modo acuto nei momenti di crisi. La crisi venne di lì a poco, provocata anche – nel 1973 – dal forte aumento del prezzo del petrolio, mentre la precedente e lunga “compressione dei diritti” aveva talora esasperato la condotta sindacale e i comportamenti operai.

Vi rifletterà più tardi, criticamente, lo stesso Giugni: in quel clima, scrisse, le libertà previste dallo Statuto «divennero (anche) tollerate libertà di assenteismo o inamovibilità per gli eccedentari ed esuberanti». Fenomeni come questi certo affiorarono ma finirono presto, nelle drastiche trasformazioni del lavoro industriale avviate negli anni ’80.

O meglio, nella progressiva scomparsa del lavoro industriale che avevamo conosciuto: sono eloquenti le “metamorfosi” di due luoghi importanti della fase precedente, il Lingotto della Fiat a Torino e la Pirelli Bicocca a Milano. All’interno di quella colossale erosione del mondo operaio le divisioni sindacali si sono progressivamente acuite mentre l’articolo 18 dello Statuto è potuto talora apparire negli anni più recenti non un fondamentale presidio di libertà ma quasi un intralcio.

Non solo nell’ottica di una imprenditoria d’assalto, come è sempre stato, ma talora anche – sciaguratamente – nella proposta di un “riformismo moderno”. Eppure quel testo di cinquant’anni fa ci ricorda nel modo migliore il nesso inscindibile e profondo fra il riformismo reale e i diritti, e ci costringe al tempo stesso ad interrogarci sulla storia lunga della Repubblica. E del lavoro.

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