Lettere al Direttore / Idea di una Macroregione Adriatica con Marche, Abruzzo e Molise


di Tonino Armata

SAN BENEDETTO – Egregio direttore, c’è stato un tempo nel quale si parlava di Macroregioni, ora tutto tace. Eppure non sarebbe una buona idea per contare di più sia in Italia che in Europa. 

Forse è stata l’istituzione delle Regioni negli anni Settanta a mettere nei guai i conti dello Stato. L’opinione è sempre più diffusa e surclassa quella secondo la quale si è fatto un buon servizio al debito pubblico eliminando le Province, poi riammesse ma ancora da completare.

Non parte da questioni di cassa la mia idea per riunire Abruzzo, Marche e Molise in un’unica Macroregione adriatica con un solo consiglio regionale, un unico corpus di leggi, una sola sanità, un unico sistema per lo smaltimento dei rifiuti, un fronte unico per affrontare la questione delicata delle ricerche petrolifere in mare, un unico sistema di economia di scala.

Riunire le tre regioni costiere (ma il discorso vale per altre macroregioni) equivale anche, a costituire territori sufficientemente forti da reggere il confronto con le altre grandi regioni europee: la Baviera, la Catalogna, la Lombardia.

In casi come questi è però giusto che i cittadini non lasciano la parola ai politici ma dicano la loro, come afferma anche la Costituzione che all’articolo 113 ammette progetti di fusione di regioni qualora vengano avallati da referendum popolari. 

Per questo ho l’intenzione di (ri)proporre la Macroregione Adriatica con Marche, Abruzzo e Molise per ripristinare l’area dei Piceni. In tre mila anni di storia ci siamo abituati a pensare alla penisola italica come feudo conteso tra Latini, Etruschi e Sanniti.

I primi, popolo di pastori insediato alla foce del Tevere protagonista di mitologiche battaglie e mirabili conquiste, hanno poi progressivamente cancellato la memoria delle culture limitrofe. Così i Latini fondarono Roma, l’Italia, e l’Impero Romano, mentre sullo sfondo si muovevano – ormai destinate a spegnersi – le altre popolazioni. Eppure, nonostante gli Etruschi, i Sanniti o i Galli facessero parte della folta schiera dei vinti, a essi è stato comunque concesso il privilegio della memoria.

Ben altra sorte invece, è spettata a coloro che al di là degli Appennini occupavano il versante medio-adriatico della penisola. Chiamati “stranieri”, la loro discendenza veniva fatta risalire ai Greci. E proprio dai Greci, e in particolare da Callimaco, apprendiamo per la prima volta dell’esistenza dei “Picenti”.

Per quasi due secoli sono stati raccolti reperti che stilisticamente ricordavano i manufatti etruschi o quelli greci, ma che si differenziavano da entrambe le culture. Il ritrovamento della statua di un guerriero – oggi individuato come “Guerriero di Capestrano” – molto simile ad altre due sculture della zona celtica – il “Guerriero di Hirschlanden” e il “Guerriero di Glauberg” – fece pensare sulle prime a una popolazione gallica, penetrata nella penisola italica più in profondità di quanto si pensasse.

Di chi erano dunque quegli oggetti? Solo in un secondo momento, con il ritrovamento di alcune steli a due lingue – il greco e un’altra lingua sconosciuta, ma con elementi di somiglianza sia con il greco che con il latino e l’etrusco – si cominciò a comprendere che nel gran mucchio dei Picenti, tra le popolazioni del sud e quelle del nord, doveva esserci stato un terzo ceppo fino ad allora ignoto.

A questo punto le ipotesi erano due: o questa popolazione era nata dalla fusione delle varie culture a essa confinanti (Etruschi, Latini, Greci e Galli), oppure essa era nata prima delle altre – o al massimo contemporaneamente – e le aveva influenzate un po’ tutte. La differenza in termini qualitativi non è poca. Ancora una volta sono i reperti archeologici a chiarire l’enigma: la presenza sul territorio di tumuli funebri a forma circolare è stato l’elemento cronologico determinante.

Tali costruzioni si presentano infatti presso le altre culture solo nell’età del ferro, mentre quelle dei Piceni risalgono all’età del bronzo, ossia a un periodo precedente. La direzione delle influenze culturali è stata dunque stabilita inequivocabilmente.

Oggi, grazie al lavoro degli archeologi, possiamo dire con certezza che si trattava di un popolo di guerrieri, originatosi come i Latini dagli Appennini e spostatosi in direzione dell’Adriatico, proprio mentre i Latini si dirigevano verso il Tirreno (IX secolo a.C.). Da allora fino al III secolo a.C. s’insediarono stabilmente nelle valli fluviali delle Marche e dell’Abruzzo, sviluppando una cultura di tipo agricolo e manufatturiera.

La loro massima fioritura si ebbe intorno al V secolo a.C. quando stabilirono forti rapporti di scambio culturale e commerciale con i Greci a est, con le popolazioni celtiche a nord e con gli Etruschi a nord-ovest. Con il II secolo a.C. finiranno anch’essi per soccombere alla forza colonizzatrice dei Latini. Verranno da essi assimilati e finiranno per scomparire dalla memoria storica per millenni.

Eppure la loro riscoperta, oggi, è di grande importanza perché “proprio attraverso la storia delle culture indigene possiamo capire le ragioni della varietà etnica italiana. L’orizzonte culturale romano infatti ha livellato le differenze interculturali di quel periodo, ma in verità l’Italia era già allora un mosaico di etnie”.

Quella operata dai Latini, è stata una vera e propria strategia di snazionalizzazione. Non ci sono state vere guerre, ma una lenta e inarginabile colonizzazione delle terre medio-adriatiche, attuata mediante il trasferimento di coloni latini in terra straniera. Forse è per questo che i Piceni non vengono ricordati neanche tra gli annali dei vinti: perché non hanno mai combattuto una vera guerra contro i romani. Sono stati semplicemente e silenziosamente inglobati nel grande “ager” romano.

Ma non bisognerebbe dimenticare che fu proprio un imperatore romano, Adriano, a rendergli il giusto onore, accettando – per la prima e unica volta nella storia dell’impero – una carica municipale ad Atri e costruendo a proprie spese un tempio votivo alla dea Cupra – la dea dei Piceni. Non dovrebbe essere un segreto che il nome di Adriano viene proprio da “Atri”. Uno dei più grandi imperatori romani, forse il più cosmopolita, era dunque di origini picene.

La nostra storia locale è più antica dei Romani e inizia verso il nono secolo avanti Cristo con i Piceni. È infatti all’inizio dell’età del ferro che il popolo dei Piceni giunge nel nostro territorio e in quello delle attuali Marche proveniente, secondo lo storico romano Stradone, dalla Sabina, l’attuale provincia di Rieti.

La conferma indiretta di questa migrazione si è avuta nel 1973 con il ritrovamento delle epigrafi di Penne S. Andrea scritte in lingua e alfa­beto piceni, in cui la popolazione picena di quel luogo definisce se stessa SAFINUS SAFINAS TUTAS, cioè Sabini della Comunità Sabina. Durante quella migrazione, racconta Strabone, erano guidati dall’uccello sacro al dio Marte: il picchio, cioè PICUS, quindi Piceni.

Ma chi erano i Piceni? Si tratta di un popolo di origine indoeuropea come i Latini, ma di ceppo umbro-sabello, cioè strettamente imparentato con gli Umbri e i Sabini. Vivevano in tribù autonome, che si confederavano solamente in caso di guerra contro aggressori esterni (ad es. i Galli Senoni e i Romani).

Erano un popolo di pastori, agricoltori e artigiani con una lingua e una cultura proprie che, nel corso dì sette secoli (dal nono al terzo a.C.) diede vita a una civiltà detta appunto picena. Questa civiltà, di cui ci è giunta ampia documentazione dalle necropoli come quella di Belmonte Piceno, non ha nulla da invidiare per splendore alle altre civiltà italiche e decadrà solamente con la colonizzazione romana, iniziata nel 268 a.C. con la sconfitta dei Piceni nella battaglia di Ascoli.

Proviene appunto da Belmonte Piceno la stele (cippo funerario) del sesto-quinto secolo a.C. sulla quale in lingua e in lettere picene, anche se in gran parte cancellate dal tempo, si può leggere la dedica: APUNIS QUPAT ….. ESMEN ….. NIR ….., cioè APONE GIACE ….. QUI ….. IL GUERRIERO ….. Apunis è un nome piceno di persona, in questo caso di un guerriero, probabilmente di un capo.

Per Montappone l’ipotesi è che sia accaduto quello che avviene spesso in toponomastica: un nome di persona è diventato toponimo, cioè nome di una località, di un territorio, di un monte oppure di una collina­. Dunque, al tempo degli antichi Piceni, nel territorio dove oggi sorge Montappone, deve esserci stato un piccolo insediamento di agricoltori e di pastori il cui capo o patriarca si chiamava Apunis.

Per un piccolo insediamento c’erano infatti l’acqua (le fonti e il torrente Ete), la legna e il legname (la Selva), inoltre terreni e pascoli non difettavano. La tradizione avrà poi legato il nome alla località. Quindi MONTE di APUNIS, conservando il nome anche in epoca romana, si è latinizzato in MONS APONI ed è rimasto nei secoli come MONTE di APONE, MONTE APONE: MONTAPPONE. Inoltre, come è giusto, il dialetto locale restituisce a Montappone la “u” di Apunis: MONTAPPU’.

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