Lettere al Direttore / San Benedetto città stretta schiacciata sul mare

di Tonino Armata

SAN BENEDETTO – Egregio direttore, Maggio riserva giornate di sole e d’azzurro, da maglietta e calzoncini e scarpe di tela, da passeggiare sul lungomare, da sorridersi e abbracciarsi. Tutte cose che non si possono fare, ovviamente. Tutte cose che ti fanno essere più triste ancora, pensando a quanto fossi felice un tempo, senza saperlo.

Una città, sapete, è un essere vivente. Un’entità ben diversa dalla somma delle parti, un soggetto con una propria identità fatta di pezzi di memoria delle generazioni precedenti, un disordinato amalgama di culture, una composizione di diversità. E la Città Stretta, schiacciata sul mare da colline e sedimentata su se stessa per secoli, è ancora di più un soggetto a sé stante, più capace di influenzare chi ci vive che di esserne influenzata.

È questo che si deve pensare, guardandola in coma farmacologico; le strade private dal traffico e dal rumore, che non ci sono bambini che attraversano la via di corsa perché sono in ritardo. Sembra di sentire il monitor al quale è attaccata, la Città Stretta, bip bip bip, un’animazione sospesa in attesa del bacio di un principe che non verrà.

Fa paura, questo sonno innaturale. Fa paura a chi non sa se e quando ci sveglieremo, e come saremo. Quante saracinesche resteranno chiuse, quanti sogni su cui per anni si è investito andranno definitivamente in fumo. Perché, ormai è chiaro, non è questione di tempo, ma di modo: le abitudini che cambieranno, il tempo che verrà ricomposto in maniera diversa, la rinuncia al non necessario di cui in tanti, nella Città Stretta, avevano imparato a vivere. Ma non è solo la paura, che agita il sonno comatoso di questa sospensione. È anche la memoria.

Avete fatto caso a quante siano le parole che sono diventate di uso comune che ricordano la guerra? Coprifuoco. Vittime. Blindare. Resistenza. Ricoveri. Nel tempo dilatato e nel sonno indotto della città in coma, queste parole rievocano costantemente i racconti della generazione che ci sta lasciando, quella a maggior rischio, che ricorda direttamente incursioni e bombardamenti, fughe e terrore, morti e macerie.

La memoria collettiva della Città Stretta è costituita anche da quelle corse a rotta di collo per strette rampe che portavano al sottosuolo nel Paese Alto, mentre le sirene urlavano il proprio avvertimento: e le ore al buio e al chiuso, senza un’idea di quello che il mondo avrebbe proposto all’uscita.

Dottò, sta succedendo la stessa cosa, mi dice un vecchio che guarda questa strana città in coma dalla sua finestra: stiamo chiusi dentro, c’è il coprifuoco, non sappiamo quanto durerà, abbiamo paura di morire. E nessuno ci sa dire niente.

Per capire bene il silenzio innaturale di questo sonno indotto, della paura e delle strade abbandonate, dei negozi chiusi e delle vetrine vuote, è necessario pensare proprio a questo: il conflitto. Una guerra di cui non si capiscono bene le parti. Perché non è (solo) il virus il problema, ma anche questo orribile clima di guerra civile, di lotta fra incomprensibili motivazioni, di contrapposizioni tra chi dovrebbe essere dalla stessa parte.

La salute contro l’economia, come se ci potesse essere economia senza salute; sindaco contro lo Stato, come se il benessere dei cittadini fosse materia di scontro; e regioni contro governo, ministri contro ministri, segretari di partiti di maggioranza contro segretari di partiti della stessa maggioranza.

E virologi contro virologi, statistici contro epidemiologi, comitati per la salute contro direttori sanitari. Come facciamo, dottò’, mi dice il vecchio, a capire chi ci sta bombardando? Allora noi sentivamo gli aerei arrivare, scappavamo e quando era finita era finita. Adesso mi spiegate il nemico chi è?

La Città Stretta è come un’immensa, unica famiglia. È questo il motivo per cui si rivolta tutta insieme, e tutta insieme decide di subire o di reagire. È come una sola comunità fatta di quasi 45000 di persone, con le fratture e le antipatie di ogni grande famiglia, ma con un’unica, ottusa consapevolezza: se se ne esce, se ne esce insieme.

Questo si sente forte e chiaro, nei sussurri all’interno dei bar superstiti o negli autobus in ritardo, da un balcone all’altro e all’edicola che resiste al proliferare di internet. Questo per fortuna non solo è rimasto, ma si va rafforzando giorno dopo giorno.

Il pericolo è uno, ed è la fame dei figli. La chiusura ricade forte e pesante sulle spalle dei tantissimi lavoratori del sommerso, che non possono essere considerati alla stregua dei criminali che vedono amputati i traffici, lo spaccio, il contrabbando, ma che non hanno diritto agli aiuti di Stato e che vengono privati della sussistenza.

Sono quelli che si arrangiavano nei mille rivoli di lavori a giornata, carico e scarico di merci che non viaggiano più, vetrine da lavare che non hanno più niente da mostrare, pulizie di locali che sono chiusi e chissà quando riapriranno, bed and breakfast che non hanno più prenotazioni. Famiglie, bambini e anziani che vivevano dell’unico lavoro che si trova dove lavoro non c’è, gente che mangiava di quello che riusciva a procurarsi lavorando onestamente di un lavoro disonesto, niente tasse ma almeno un piatto a tavola la sera.

È questo che la Città Stretta, se non fosse in coma, chiederebbe: un aiuto per tutti quelli che sulla carta non esistono, per tutti quelli che non sono sulla lista ma che devono ugualmente cibarsi, nutrire genitori e figli e procurarsi un tetto sulla testa. Un aiuto per non doversi rivolgere all’altro stato, quello senza la maiuscola che prospera sul bisogno e sull’ombra alla quale sono costretti, senza pietà. L’urlo muto della Città Stretta, in coma indotto ai tempi del virus.

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