Mancata istituzione dell’ Ufficio del Giudice di Pace: risponde l’ assessore Luca Spadoni


SAN BENEDETTO – La mancata apertura dell’ Ufficio del Giudice di Pace ad Acquaviva ha dato luogo alla classiche ed immancabili polemiche. Lo scorso 14 ottobre, infatti, i rappresentati dei comuni interessati si erano incontrati con il presidente del Tribunale di Ascoli Piceno dott. Uccella, esplicitando l’intenzione di mantenere e riavviare questo servizio. Il sindaco di Acquaviva Picena, Pierpaolo Rossetti, aveva anche individuato un locale nel paese, oltre a farsi carico di tutte le spese. Il comune di Monteprandone, d’altro canto, avrebbe messo a disposizione due dipendenti comunali per rendere l’ufficio operativo.

E come si inserisce San Benedetto in tale contesto? Lo scorso 26 giugno l’ amministrazione comunale rivierasca aveva dato la piena disponibilità all’ iniziativa. Poi l’ Unione dei Comuni (Acquaviva Picena, Monteprandone e Monsampolo) aveva inviato una comunicazione per ottenerne la conferma della partecipazione che, però non è mai arrivata. E conseguentemente i primi cittadini delle tre realtà interessate hanno presentato lo stesso istanza per la riapertura dell’ Ufficio del Giudice di Pace.

Oggi ecco la risposta dell’ assessore delegato Luca Spadoni, affidata ad una nota stampa. “Dopo aver letto le più disparate esternazioni sulla vicenda della mancata conferma della volontà di riaprire l’Ufficio del giudice di pace nel comprensorio sambenedettese –si legge- sento il bisogno di chiarire gli esatti termini della questione. Pur apprezzando il gesto del Comune di Acquaviva di mettere a disposizione una sede e del Comune di Monteprandone due dipendenti, quelli che già operavano nell’ufficio del Giudice di pace, va detto che l’allestimento di una sede giudiziaria comporta la necessità di adempiere a una serie di obblighi ben più ampi e onerosi.

Come è stato esplicitato nel corso di un incontro con i vertici del Tribunale di Ascoli Piceno svoltosi il 14 ottobre (incontro a cui erano presenti i sindaci di Acquaviva e Monsampolo), un ufficio del Giudice di pace delle dimensioni di quello che comprende la giurisdizione fino a pochi mesi fa di competenza di San Benedetto, abbisogna di un organico di almeno 6 dipendenti, oltre ai magistrati. Nel vecchio ufficio sambenedettese ne operavano 8, ma sei dipendenti, numero delle cause alla mano, rappresentano l’organico minimo per assicurare il funzionamento dell’ufficio. Per cui, anche ammettendo che San Benedetto fosse riuscita a trovare i due dipendenti da mandare ad Acquaviva (peraltro la legge stabilisce che tale spostamento può avvenire solo su base volontaria e non dà alcuna indicazione sulla qualifica funzionale che deve ricoprire il personale assegnato), ciò sarebbe stato comunque insufficiente.

Ma c’è di più: dopo che il Parlamento ha disposto la chiusura delle sedi periferiche dei Giudici di pace, ha dato facoltà agli enti locali di chiederne la riapertura ma chiarendo che a carico dello Stato sono solo i giudici e la formazione per il personale. Chiunque può comprendere che, per mettere in piedi un ufficio così complesso, è necessario farsi carico non solo del personale (il quale oltretutto dovrebbe essere reperito su base volontaria), ma anche delle utenze, delle pulizie, della custodia, di tutti gli oneri connessi alla gestione di una sede, compresi i sistemi informativi (ai quali il Ministero presta assistenza solo in via sussidiaria, dopo cioè che ha soddisfatto le necessità dei propri uffici).

Alla luce di tutto ciò, la mancata riapertura dell’ufficio di San Benedetto, non può essere imputata, se non si vuole fare solo sterile demagogia, alla presunta cattiva volontà dell’Amministrazione comunale di San Benedetto, ma alla complessità della struttura stessa e alla quantità di oneri che i Comuni interessati dovrebbero accollarsi. Compito particolarmente difficile in un periodo in cui gli Enti locali, spesso non per scelte proprie, devono lottare per far quadrare i conti e mantenere inalterati il livello dei servizi erogati ai cittadini”.

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