Prostituzione nei centri massaggi, maxi operazione dei carabinieri anche nella provincia di Ascoli Piceno

ASCOLI PICENO – Maxi operazione dei carabinieri su prostituzione nei centri massaggi e negli appartamenti. I blitz dei militari hanno interessato anche il Piceno dove si trovano alcune delle 22 persone nei confronti delle quali il giudice per le indagini preliminari di Perugia ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare, ipotizzando i reati i di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento ed allo sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento della permanenza e della collocazione di manodopera di clandestini, riciclaggio dei proventi delle illecite attività ed anche la presentazione di false documentazioni per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno.

L’attività investigativa è stata avviata dai carabinieri nel luglio del 2019 per concludersi nelle scorse settimane. L’indagine è partita da alcuni centri massaggi della provincia di Perugia; attraverso servizi di osservazione e accessi ispettivi da parte del Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri l’attività si è via via allargata grazie ad attività tecniche di intercettazione telefonica ed ambientale nelle province di Lodi, Verona, Bologna, Firenze, Prato, Arezzo, Fermo, Ascoli, Teramo e Brindisi dove gli indagati, tutti di nazionalità cinese ma stabilmente radicati sul territorio nazionale, avrebbero investito i loro capitali acquisendo la disponibilità di abitazioni e centri massaggi, all’interno dei quali favorivano e sfruttavano la prostituzione di giovani connazionali, quasi tutte irregolari in Italia.

Il “modus operandi”, ricostruito dagli investigatori, sarebbe consistito nella pubblicazione su vari siti internet di inserzioni pubblicitarie, con raffigurate giovani donne seminude; al numero di telefono presente nell’inserzione rispondevano i responsabili dell’organizzazione, che indirizzavano il cliente di turno al centro massaggi più vicino, avvisando poi la donna che lo gestiva di prepararsi all’arrivo di una persona. In tal modo gli organizzatori oltre a monitorare il numero di clienti erano in grado di quantificare in anticipo la somma di denaro che poi, periodicamente, passavano a prelevare nei vari esercizi, evitando anche che le singole giovani potessero sottrare i proventi dell’attività.

Le ragazze, che venivano periodicamente spostate da un centro ad un altro in modo da offrire ai clienti maggior “varietà” e per meglio occultare la frequente mancanza di documenti o l’irregolare posizione lavorativa, venivano fatte dormire direttamente nei centri o in appartamenti in uso all’associazione, che venivano attrezzati con piccole cucine e letti, anche per limitare al massimo la loro uscita dai luoghi di lavoro.

L’adescamento delle giovani sarebbe avvenuto tramite siti internet cinesi, ai quali si rivolgevano consapevoli del genere di prestazioni che sarebbero state richieste una volta giunte in Italia. Per assicurare la non riconducibilità dei centri massaggi, gli “organizzatori” si avvalevano di collaboratori esterni; in particolare attribuivano a terzi soggetti (anche italiani) la titolarità dei centri e attraverso la loro identità operavano operazioni commerciali.

Costituito il centro e preparati i locali, gli organizzatori collocavano le giovani donne, informandole preventivamente sul tipo di prestazioni sessuali da offrire, sui prezzi e sui messaggi da inviare ai responsabili a prestazione avvenuta. NIn caso di controllo da parte delle forze di polizia, le ragazze dovevano limitarsi a spiegare che non parlavano l’italiano, evitando così di rispondere alle domande.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, resa possibile anche grazie a numerosi clienti che hanno raccontato le modalità con cui si svolgevano gli incontri e hanno descritto le persone a cui venivano effettuati i pagamenti, ogni singolo centro massaggi aveva un indotto medio di 1.000 euro al giorno, che generava un flusso complessivo di circa 350.000 euro al mese.

I proventi venivano in parte trasferiti su circuiti di credito internazionali e in parte reinvestiti nell’attività per l’acquisto di immobili o autovetture sempre “formalmente” intestate a terzi.

Determinanti sono stati anche gli accertamenti patrimoniali svolti dai militari dell’Arma di Assisi nei confronti degli indagati nel cui ambito è stata individuata un’abitazione situata a Bastia Umbra, quattro autovetture e ventotto conti correnti e carte di credito per i quali il giop ha disposto il sequestro.

Dei 22 destinatari ne sono stati rintracciati 18 di cui 8 sono stati sottoposti alla custodia cautelare in carcere, 1 agli arresti domiciliari e per 5 è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di residenza, gli altri – allo stato irreperibili – sono tuttora ricercati.

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