Emergenza Coronavirus / Quale futuro per le fasce più fragili della popolazione, ne parliamo con Gabriele Marcozzi (Rifondazione Comunista)


di Martina Oddi

SAN BENEDETTO – Coronavirus ed economia: quale futuro per le fasce più fragili della popolazione nel post Covid19? Ne parliamo con Gabriele Marcozzi, segretario di Rifondazione Comunista per San Benedetto.

La città come reagirà nel post-Covid 19? Ci si metterà di nuovo in gioco con piccola imprenditoria e le attività tradizionali come commercio e turismo? O ci sarà un tracollo per cui i piccoli artigiani, commercianti, operatori balneari soccomberanno?
“La situazione che si sta verificando con l’epidemia di Covid-19 è una situazione che non è stata mai affrontata nel nostro pianeta negli ultimi decenni, quindi aprirà a scenari completamente inediti che sono veramente molto difficili da prevedere.
La città subirà, senza ombra di dubbio, una mazzata economica di portata storica e avremo parecchie attività commerciali e artigianali che andranno in sofferenza.
La sofferenza si baserà principalmente sul fatto che le persone non avranno un reddito con il quale poter far funzionare la macchina economica del mercato o lo avranno diminuito considerevolmente.
Detto questo si dovrebbe evitare il conformismo basato sulla proporre interventi economici che vadano ad incidere solo dal lato dell’offerta e cioè sarebbe sbagliato ragionare soltanto sulle possibilità e le potenzialità che possono avere gli imprenditori e i commercianti.
Bisogna ragionare anche e soprattutto dal lato della domanda e quindi il tema da affrontare è indubbiamente quello del sostegno al reddito di tutti coloro che non ne hanno uno attraverso l’introduzione di un reddito di base, come ha anche suggerito il Papa (che non è un noto sovversivo) nel suo saluto ai movimenti popolari di base a Pasqua.
Inoltre bisognerebbe che lo stato, riprendendo in mano la guida della politica economica e industriale che gli spetta, cominciasse a finanziare programmi pubblici di riconversione ecologica delle produzioni, di miglioramento e riqualificazione delle infrastrutture che sono ormai al collasso, di riassetto idrogeologico, di investimenti pubblici nella cultura e nei vari settori di cui il nostro paese sarebbe leader se solo si decidesse di impiegare risorse”.
La parte più fragile della popolazione è stata tutelata durante l’emergenza?
“Le risorse stanziate per dare una mano alla parte di popolazione più fragile sono state poche e inadeguate. I provvedimenti che sono stati presi possono essere considerati un avvio di sostegno ma sicuramente ci sarà bisogno di innumerevoli risorse per far fronte al dramma economico che si prospetta dopo e anche durante questa epidemia.
Il provvedimento dei buoni spesa che è stato prospettato alle famiglie in gravi difficoltà economiche è risultato essere poco più che un palliativo.
Nei comuni tante persone, pur trovandosi in una situazione di disagio economico, non sono rientrate nei parametri delle graduatorie e un buon numero comunque non è riuscito a rientrarci e quando questo accade è perché le risorse sono insufficienti. Non ci si può appoggiare solo sull’attività di volontariato delle organizzazioni caritative perché qui non si sta parlando di carità ma di diritto a un’esistenza dignitosa che valeva prima e vale anche adesso”.
Quando si ripartirà sono auspicabili delle politiche sociali ed economiche per affrontare le diseguaglianze nella Riviera e il disagio individuale e collettivo che ne deriva?
“Quando si ripartirà bisognerà aver presente che non si potrà più andare avanti come si è andati avanti fino ad adesso. Le politiche economiche. Oltre al reddito di base per tutti, dovranno incentrarsi indubbiamente su una maggiore presenza del pubblico nell’economia.
Avremo bisogno di ripubblicizzare tutte le aziende strategiche del paese, eliminare la presenza del privato nella sanità e far ritornare le competenze in mano allo stato, incentrare la tassazione dei redditi secondo il dettato costituzionale verso una forte progressività, aumentando le aliquote ai redditi più alti, inoltre bisognerà introdurre una patrimoniale sui grandi patrimoni per avviare un ciclo di redistribuzione della ricchezza verso il basso, dato che adesso siamo uno dei paesi che ha l’indice di diseguaglianza sociale più alto in Europa.
Bisognerà puntare verso una maggiore tutela dei lavoratori eliminando tutte le forme contrattuali che sono alla base dello sfruttamento e che nel nostro tessuto economico trovano una substrato molto diffuso (stage, contratti a tempo determinato, lavoro a chiamata, interinale, etc.etc.).
Le politiche sociali. Avremo bisogno innanzi tutto dell’istituzione nazionale di una rete di psicologi di base. In questi mesi di quarantena la solitudine e l’abbandono sono un problema che la società sta attraversando, coinvolgendo molte persone, e non ci sono risposte pubbliche e di sistema in tal senso, anzi tutto è affidato all’iniziativa meritevole di associazioni che hanno attivato sportelli telefonici o on line di aiuto e ascolto delle persone sole.
Inoltre sarà importante riprendere la discussione su come realizzare o acquisire nuove case popolari. L’edilizia residenziale pubblica deve essere potenziata, perché già nella Riviera abbiamo un problema di accesso all’abitazione gigantesco, in più dopo questo periodo gli sfratti e le insolvenze nel pagamento degli affitti potrebbero sicuramente aggravarsi.
Inoltre si spera che questa epidemia abbia ricalibrato il discorso, che va avanti nella nostra provincia da parecchio, sull’ospedale unico. E’ sempre più chiaro, come noi abbiamo sempre sostenuto, l’importanza di avere due strutture ospedaliere di primo livello ad Ascoli e a San Benedetto e comunque sarà importante anche ricostruire una rete di presidi ambulatoriali sul territorio.
Comunque pare piuttosto evidente che avremo bisogno di una risposta nazionale a moltissimi problemi che erano presenti anche prima, ma che adesso l’epidemia di Covid-19 ha aggravato ulteriormente”.
Se queste misure non verranno messe in atto ci saranno ripercussioni a livello di comunità?
“Se non verranno prese misure nella direzione indicata le ripercussioni sulla nostra comunità saranno gravi.  Di certo non consola sapere che è già dal 2008 che la situazione è drammatica per larghe fasce della popolazione.
Le risposte che sono state date in questi 12 anni non hanno sicuramente aiutato a migliorare le condizioni di vita delle persone e sono state improntate tutte alla logica del mercato e quindi del profitto, lasciando indietro i più deboli.
La nostra provincia ha subito una chiusura di parecchi stabilimenti industriali, per via delle delocalizzazioni che la politica non ha avuto la forza di contrastare, e una percepibile diminuzione della popolazione che ha dovuto emigrare e cercare fortuna da altre parti, soprattutto per quanto riguarda i giovani che una volta che partono per gli studi universitari, difficilmente tornano a impiegare la propria capacità lavorativa sul territorio.
Le zone del terremoto stanno vivendo un ulteriore peso rispetto alle mancate risposte dopo il sisma del 2016 e le misure di contenimento sociale non hanno fatto altro che aggravare una situazione già di per sé drammatica.
In parole semplici, può spiegare cos’è il Mes e perché siete contrari?
“Il MES è un organizzazione internazionale a carattere regionale che istituisce un fondo nel quale gli stati che aderiscono versano una quota di capitale. Tale capitale (un potenziale di circa 500mld €) verrebbe usato per dare assistenza finanziaria a tutti quei paesi che hanno difficoltà a piazzare i propri titoli di stato nel mercato dei capitali, vincolando tale finanziamento a precise condizioni che vengono sottoscritte mediante un memorandum nel quale vengono indicate le modalità di restituzione e imposte le politiche economiche per rientrare del prestito ottenuto.
Il nostro partito è sempre stato contrario a questo meccanismo, fin dai tempi in cui fu usato nei confronti della Grecia, perché viene usata la difficoltà finanziaria di uno stato membro dell’Unione come arma per imporre pesanti misure di “risanamento” economico che poi non sono altro che Austerity (tagli allo stato sociale, alla spesa pubblica, privatizzazioni, e vincoli legislativi). Nel caso della Grecia i prestiti che furono fatti, comunque, non andarono ai cittadini greci che non ne videro nemmeno l’ombra, ma furono usati per ripagare i prestiti con le banche francesi e tedesche.
Per quanto riguarda l’attuale situazione siamo contrari all’uso del MES, in primo luogo perché sarebbe uno strumento improprio in quanto è stato concepito per accompagnare un paese, che non ha accesso al mercato dei capitali, verso un suo reingresso.  In questo momento l’Italia non è un paese che ha difficoltà all’accesso al mercato dei capitali.
In secondo luogo perché lo strumento del MES, insieme ai Coronabonds, sono una soluzione all’interno del sistema dei mercati finanziari che non ci è utile minimamente. Attualmente l’Italia non ha bisogno di prestiti, che poi vanno restituiti a seconda delle condizioni alle quali vengono fatti, ma ha bisogno di soldi senza obbligo di restituzione.
Questo può avvenire solo in un modo: facendo intervenire la Banca Centrale Europea che deve immettere capitali nelle economie dei paesi membri in difficoltà per finanziare direttamente tutte le misure che bisognerà adottare per uscire da questa situazione. Questo sta avvenendo negli USA, in Inghilterra e in Giappone, quindi non sono teorie fantasiose.
A questo proposito abbiamo lanciato una petizione Europea per fare pressione sul Consiglio Europeo che dovrà decidere le misure da adottare (https://www.openpetition.eu/petition/online/usiamo-il-denaro-della-bce-per-la-salute-e-non-per-la-finanza-petizione-internazionale), seguita anche da un appello sottoscritto da più di 100 economisti in cui chiaramente si chiede l’intervento diretto della BCE”.

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