Risuona il Berretto a Sognagli di Lo Monaco al Ventidio Basso di Ascoli Piceno

di ALCEO LUCIDI

SAN BENEDETTO Penultimo appuntamento al Ventidio Basso per la stagione di prosa 2016/17. È stata la volta del Berretto a Sognagli di Pirandello, testo del 1916, scritto dal grande drammaturgo in dialetto siciliano per l’attore Angelo Musco e riadattato in lingua italiana nel 1923. Fu materia di studio e di elaborazione scenica da parte di Edoardo di Filippo nei primi anni Trenta e vide la pubblicazione – neanche a farlo a posta – solo nel 1988, quando Pirandello fu oggetto dell’attenzione di alcuni notevoli registi tipo Mauro Bolognini.

A distanza di quasi venti anni, uno dei suoi migliori allievi, Sebastiano Lo Monaco, riporta in auge la commedia in due atti che vede come protagonista lo scrivano Ciampa, personaggio dai contorni drammatici, vittima – e alla fine anche carnefice – della società borghese e provinciale da cui proviene.

Vistosi costretto a subire l’infedeltà della moglie, la bella Nina, con il proprio datore di lavoro, il cav. Florica, si trova nell’impossibilità di denunciare l’adulterio per tutelare la propria onorabilità sociale, salvando le apparenze e le convenienze di una falsa morale. Non reagisce neanche di fronte alle denunce reiterate della moglie del Florica, che vorrebbe incastrare i due e che riesce anche, inizialmente, a far scoppiare lo scandalo. Di fronte al rischio della perdita della cosiddetta “reputazione”, Ciampa spinge per far passare la moglie del Florica, Beatrice, come pazza, nonostante i tentativi di dimostrare l’insussistenza della relazione extraconiugale da parte del delegato Spanò.

Come non vedere allora in Ciampa, nello stile secco di Pirandello, unito ad un amaro e, a tratti, caustico umorismo, l’uomo in tutte le sue fragilità, troppo docile e sottomesso, ma anche desideroso di non turbare la pax sociale e, soprattutto, capace di perdono, al di là del perbenismo e del meccanismo pirandelliano delle “tre corde”: la “seria”, la “civile”, la “pazza”?

Ciampa sceglie il compromesso della “civile” che tutto acquieta, mentre toccherà a Beatrice Florica suscitare la “pazza” che – nella migliore traduzione dei fool del teatro di ogni tempo – consente di dire la verità fuori dagli schemi e dalle parole convenzionali. Solo in manicomio, dove verrà fatta sostare qualche mese prima di riprendere il ruolo in società a lei destinato, l’irretita e realistica signora sfogherà la propria rabbia e l’impeto di un monologo che non può avere altra scena, altro luogo di rappresentazione, se non in un non-luogo. Perché la verità è impossibile a dire in una realtà – soprattutto quella siciliana dell’inizio del Novecento dominata ancora dal delitto d’onore –, dove nulla deve veramente cambiare. Tuttavia, la trasposizione ad una generale condizione umana è fin troppo evidente, in un mondo, anche ed in particolare il nostro, in cui ognuno, più o meno surrettiziamente, più o meno subdolamente, va incontro al peso opprimente delle costrizioni e dei falsi miti di facili emancipazioni.

Direi che l’omaggio di Lo Monaco a Bolognini è lampante nella sua messinscena. Il terrazzino siciliano in luogo dei tentacolari e soffocanti interni di Pirandello lo testimonia. Anche la verve drammatica e la pietas impressi al personaggio hanno delle chiare consonanze con i mostri sacri che hanno preceduto il sicilianissimo attore nel ruolo di Ciampa: Turi Ferro, Salvo Randone, lo stesso Eduardo. Un po’ stucchevole la concessione al frizzo da vaudeville in luogo della severa tempra impressa da Pirandello ai personaggi, ieratici “pupi” in mezzo al vuoto delle relazioni.

Notevoli anche le interpretazioni di Maria Rosaria Carli (Beatrice Fiorica), Maria Laura Caselli (Nina Ciampa), Lina Bernardi (Fana), Rosario Petix (Delegato Spanò).

Dopo questa due giorni di recitazioni e dopo le tante repliche succedutesi tra Palermo, Agrigento, Genova, Firenze di questo spettacolo, resta al fondo la certezza, espressa bene da Ciampa, che senza un mimino di lungimirante follia, come metodo di estraniamento dall’avvilente conformismo imposto, “ci mangeremmo tutti come cani”.

Immagine tratta da Google

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