Concorso di Poesia

Un grande Emilio Solfrizzi esalta il Concordia con Il Borghese gentiluomo di Moliere

di ALCEO LUCIDI

SAN BENEDETTO – È di nuovo grande teatro al Concordia dopo la bella prova dell’Amleto di fine gennaio.  Venerdì 17 e sabato 18 febbraio, Armando Pugliese ha portato in scena Il Borghese gentiluomo di Molière, commedia buffa in 5 atti, con Emilio Solfrizzi come attore protagonista nella parte di M. Jourdain.

Composta nel 1670 per la corte di Luigi XIV e rappresentata per la prima volta alla presenza de re nel castello di Chambord il 14 ottobre, ebbe numerose repliche negli anni successivi: ben 28 nel solo 1671. Come era in uso al tempo, in realtà, trattavasi di qualcosa di più di una semplice operazione drammaturgica: il testo era anche scritto per la musica e la danza, con Lully, allora il musicista per antonomasia dell’alta aristocrazia francese, a firmarne le partiture.

Nel migliore stile di Molière, la forte critica di costume è assolta, anche nel Borghese, da una comicità pungente, mai fuori dalle righe, capace di cogliere nel segno mettendo a nudo i tic di alcuni archetipi sociali. Al fondo, resta sempre un gusto dolce-amaro di terra bruciata e, assieme, un senso di tenerezza per queste maschere da commedia dell’Arte invischiate nei piccoli traffici di un mondo chiuso in misere certezze e sconfinate illusioni.

Per M. Jourdain il miraggio è l’accrescimento del ruolo ed il passaggio dalla borghesia – la nascente classe sociale, piena di ambizioni – all’aristocrazia – che nel Seicento garantiva ancora un certo numero di privilegi e cariche.

Nonostante tutto, lo sgangherato slancio utopico, da parte di un uomo indistinto, senza la benché minima qualità per affermarsi, viene ben presto soffocato dai mediocri profittatori che lo circondano, pronti a ghermirne le ricchezze: i maestri di danza, di musica, di scherma, di filosofia. Insomma, la pletora di ciarlatani seicenteschi non così dissimili da quelli odierni. Il tutto inquadrato in un francese classico, misurato, prefigurazione della prosodia geometrica in decasillabi torniti di un Jean Racine.

Così tra lazzi, colpi di scena, imprevisti, inganni, fraintendimenti, il teatro di Molière si consuma nell’eterno presente di un’attesa beffarda, così come ingannevoli sono i tempi teatrali, mossi solo dall’abilità scenica degli attori come per un ben oliato marchingegno. È l’eterno ritorno, pur se in modi e tempi diversi, del dramma inconsumato delle passioni umane, costrette a ripetersi e rincorrersi inesorabilmente e da Molière colte, con ficcante verve satirica, tra le pieghe grottesche della farsa.

Tipico di questa poetica molieriana dello spiazzamento ironico del punto di vista e della deformazione del dato di realtà che suscita ilarità è l’irruzione dell’elemento dissonate, inconsueto, come nel caso del Gran Turco, il dignitario ottomano – in realtà lo scaltro Cleante – di cui Jourdain ostacola il matrimonio con la figlia. È la figura che scioglie la pièce e l’avvia verso la ricomposizione degli equilibri ma è anche l’emblema di un gusto per l’esotico – non esente da ragioni politiche per via delle cattive relazioni diplomatiche tra la Francia e la Turchia – che fu peculiare dell’età di Molière. Basti pensare che, proprio nell’anno di composizione della commedia, l’ambasciatore Soliman Aga, inviato del Sultano, aveva sostato a corte ed era stato accolto con tutti gli onori per alcuni mesi.

Ora, in questa mappa di influenze, come poteva muoversi un autentico istrione come Emilio Solfrizzi? Nella maniera che gli è stata più consona. Ossia, lasciando fluire una recitazione sbrigliata e brillante. Dando libero corso alla comicità con arguto possesso dei propri mezzi tecno-espressivi. Dominando letteralmente la scena nei suoi continui, rumorosi andirivieni, come ci era capitato di vedere con Luca Barbareschi nell’Anatra all’arancia. Solfrizzi diverte e si diverte nel modellare il suo borghese beffato, ottuso, ridicolo e strappa risate ed applausi per averci rimandando convincentemente al lato più caricaturale di Molière.

Non da meno sono i compagni di viaggio: Anita Bartolucci, nei panni della moglie di M. Jourdain, brava a rendere le spigolatura di un personaggio spiccio e pragmatico, Viviana Alteri (la figlia), Roberto Turchetta (uno spigliatissimo Cleonte), Cristiano Dessì (il macchiettistico servitore Covello). Tra l’altro, molti di loro avevano già lavorato assieme lo scorso anno nel Sarto per signora di Feydeau.

Una nota di merito anche alle garbate scenografie, in stile d’epoca, di Andrea Taddei, le deliziose musiche riadattate in chiave moderna da Antonio Sinagra, i sgargianti e succosi costumi di Aurelio Gatti e – non ultima – l’attenzione portata da un produttore come Roberto Toni, della ErriTiTeatri 30, a spettacoli di qualità, capaci di lasciare un segno.

 

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