Concorso di Poesia

Amandola: Tra canzoni e storie dedicate alla città prosegue Diamanti a Tavola. E stasera Verheyen dei Supertramp.

Amandola: Tra canzoni e storie dedicate alla città prosegue Diamanti in Tavola. E stasera Verheyen dei Supertramp

Partenza col botto per il primo weekend di “Diamanti a Tavola”, la manifestazione enogastronomica e culturale fino al 9 novembre ad Amandola.

A farla da padrone, come sempre, la meraviglia del tartufo bianco, che lo chef  sangiorgese Aurelio Damiani ai fornelli ha già fatto apprezzare anche ai palati più difficili.

Nel pomeriggio di oggi, alle 17 al Pala Tuber appuntamento da leccarsi i baffi con il cous cous prelibato in degustazione gratuita che preparerà  per tutti noi lo chef Giuseppe Buffa e intanto l’atmosfera si scalda per la presenza di Carl Verheyen, storico chitarrista dei Supertramp che riceverà la cittadinanza onoraria prima del suo concerto alle ore 21 al Teatro della Fenice, terza tappa di un minitour italiano che prevedeva inizialmente soltanto Milano e Verona. Ma il chitarrista, innamorato di Amandola, non ha saputo resistere alla chiamata del sindaco Marinangeli e questa sera i Sibillini si vestiranno di rock come non mai.

Gli appuntamenti continuano anche nei prossimi giorni con il concerto di domani dell’Accademia Organistica Elpidiense presso la Chiesa del Beato Antonio, il cooking Show di Enrico Mazzaroni nella serata di mercoledì e la Cena al Buio di giovedì in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi.

Un’Amandola che fa innamorare questa, impreziosita dai suoi diamanti, e l’affetto verso questa piccola perla dei Sibillini cresce come testimoniano, oltre alla canzone dedicata alla città scritta da Verheyen e inserita nel suo ultimo album, anche delle narrazioni in onore dello stesso paese e delle meravigliose iniziative che ci vengono proposte.  Ne regaliamo due per voi, inedite, scritte dal bravissimo  Giorgio Buratti che con un tocco di leggerezza ed ironia ci racconta Amandola a modo suo:

NONNA ‘NNETTA VA  A TEATRO

-Nonnina mia cara, nonnina mia bella, ti voglio tanto bene…come stai?

-Cocca, che te serve, dimmelo subbeto…

-Ma nonna! Lo sai che ti voglio bene..

-Soprattutto a la pensione… però se me la dà, in che modu la dovrò pure spenne.

-C’è un bel concerto a teatro, in Amandola, viene il più gran chitarrista del mondo: Carl Verheyen con la sua band, costa solo 20 euro.

-Cumme se chiama? Carlo Correje, ‘n putia troà natru nome? Beh, ma ce putrio vinì pure io, no scappo mai! St’estate li concerti c’ha fatto in piazza m’è piaciuti tando, me pare che lu cummune sta facenne velle cose, lu sinnucu non lu conosco ma dice tutti che se sta a ‘mpegnà.

-Beh, nonna, non so se ti potrà piacere, non è una musica per novantenni, sai, suona la chitarra elettrica…

-Che ‘vvordì?

-Che va a corrente.

-Mah! Non l’ero ‘ntisa mai, pensao che li laori l’era fatti su lu teatru de piazza; che deve finì a mette le finestre?

-Ma no! Suona una chitarra che funziona con il filo elettrico, altrimenti non emette alcun suono…

-Ah, so capito, cumme li ferri da stiru, prima c’haemo quilli co lo carbò e non costaa cosa… perciò vole tutti ‘ssi sordi!

-E’ un’occasione unica, viene dagli Stati Uniti apposta per Amandola… c’è stato sette anni fa e si è innamorato del nostro paese!

-Stetece ‘mbo ‘ttente co ‘ssi stranieri, ve qua pe frecasse le fricacce mejo, ‘n ce caschete. Ce ne sta tanti de velli ragazzi, pensa a quilli c’ha cantato e sonato ‘lla sera in piazza: c’era lu fiju de Claudia co la giacchetta, ‘n te piace? C’erà quillu che parlava sempre… ‘mbo vassu ma simpaticu, abbita su vicino le monneche, sci sci me l’ha ittu ‘ndunina che conosce la madre, ‘na brava donna, sta sempre a cucinà…

-Ma che c’entra, mica si è innamorato di un’Amandolese, è un grande artista che è rimasto ammaliato dalla poesia che trasuda dal nostro centro storico1

-Mejo, ancora, ci sta ancora quilli che fa le fatture, ‘na ota ‘namica mia ce stava pe murì e doette ji de na maga… Rricordete, non me piace che jete a presso a quilli de fori. Io me sposai co nonnutu che era tantu vrau, non me facia mancà cosa: ne de jornu ne de notte… tante ‘miche mie s’è jite a pija quilli de fori e c’è ‘rmaste ‘ngulate, ja fatto fa la fame, vagavunnii e ‘mbriacù daje locu o daje focu…

-Insomma, è un’occasione unica, tanti hanno prenotato e rischio di perdermi lo spettacolo, non capiterà più nella vita!

-Zitta ‘bbhe. Pija ‘ssi sordi e prenota pure pe ‘mme, se c’è la corrende me metterò ‘nu scialle, e jimo a sindì su Carlo Correje… solo pensao che con ‘n nome cuscì putia sonà mejo la tromma…

COSI’ NACQUE IL TARTUFO BIANCO

Dalla terra si nasce e in essa si ritorna e per essa si vive. In Amandola tutto grondava di sacro: coltivare era come una sepoltura del seme: morendo dava vita in primavera a nuova pianta da raccolto. Rito sacro della semente ripetuto in autunno sotto le zolle con fatica enorme. Se un seme non germogliava era per le forze malefiche stregato e trattenuto. L’aratore, vicino alle querce, di tanto in tanto stanava strani semi grossolani, neri e mortali. Trovarli era sciagura: i tuberi sembravano semi deformati: a mangiarli… al loro posto si sarebbe andati.

Piovve quell’anno e fece freddo che l’estate era un tormento: addio raccolti, addio mangiare, addio poveri: a miglior vita!

Tutto era marcito, un Demonio andava contro il Bel Paese di Amandola, il più bello dei Sibillini pieni ormai di soli spiriti cattivi.

Saputolo Antonio, potente per nome contro le forze del male, corse dai mali i poveri a salvare. “Tardi sei venuto, caro Antonio, la terra è finita, moriremo tutti quanti!”. Antonio non sapeva disperare e andò in cima al colle col suo fido cagnolino, sotto una quercia secolare; il cane annusò lo strano odore…

Con la zappa, senza posa, Antonio scavò e senza timore: vi trovò un gran tartufo nero carbone. A quella vista i paesani… fuggi, fuggi! Il Sant’uomo lo prese con le mani e su… verso il cielo, comandando agli spiriti infami di fuggire da quel luogo. In quel gesto si levò la terra nera e rimase il suo candore e l’odore solferino diventò quasi ammaliante. Tutti corsero da lui, richiamati dal languore e mangiando il bel tartufo se ne andò ogni timore. Da quel giorno più nessuno ebbe paura di quel buon boccone. Ritornò la gioia in paese e con essa un tempo mite: non mancò mai più raccolto.

Da quel giorno ogni cavatore di tartufo il gesto di Antonio ripete e comanda al male infernale:

“Per Antonio di Amandola, abbandona le nostre contrade!”.

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